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venerdì 5 luglio 2013

L'arte di ripiegare le piantine

Ormai è ufficiale a tutti i livelli, molti dei miei 25 lettori (cit.) lo sanno, agli altri lo comunico ora, quindi lo posso scrivere: tra pochi giorni torno in Italia.
E l'anno prossimo resterò in Italia, invece che tornare qui un altro anno come da progetto originale.

I motivi di questa scelta alcuni di voi li sanno già, perché glieli ho detti io.
Altri no, eventualmente me li chiederanno quando sarò a casa e io, nel caso, mi avvarrò della facoltà di non rispondere.

Era per dire che ho cominciato a fare le valigie, impacchettare le cose, buttare il superfluo, tentare eroicamente di farci stare tutto in due valigie di massimo 23 kg eccetera.

Arrivata qui alla fine di agosto dell'anno scorso ho comprato una piantina stradale della città.
Gigantesca.
Una di quelle piantine che quando le compri sono tutte piegate perfettamente in tipo 37 parti e che quando le apri diventano grandi enormi.
Quella che ho comprato io me la sono appiccicata sulla parete della camera, di fianco al letto, e ogni tanto la studiavo.

Non sono mai stata buona con le misure, ma credo fosse più o meno un metro e mezzo di larghezza per almeno quasi un metro di altezza.

Ieri l'ho staccata dalla parete e volevo ripiegarla per infilarla in valigia e portarmela a casa.

Dramma cosmico, ovviamente.

Non faccio parte, ahimè, di quella esigua schiera di esseri umani in grado di ripiegare una piantina in maniera rapida, efficace, senza sforzo.
Mio padre, ad esempio, lo sa fare.

È uno di quei gesti che mi provocano sempre, quando mi capita di assistervi, un misto di ammirazione, invidia, stupore.

E siccome in questi giorni è così doloroso partire e lasciare tante cose, senza sapere se e quando tornerò a rivederle, allora pensavo che, in fondo, quello che sto vivendo in questi giorni è un po' come tentare di ripiegare una piantina gigante di città.

Si chiama desiderio di ricordare tutto, di non perdere niente, che tutto sia salvato, per sempre.

E mi accorgo di quanto è grande il bisogno che ho di qualcuno che sappia ripiegare la piantina stradale di quest'anno vissuto qui, senza gli strappi e gli errori che farei io, così maldestra.

venerdì 14 giugno 2013

Il mio quasi-compleanno

Allora.

Oggi è il mio compleanno.
Ve lo dico, nel caso in cui faccialibro non ve l'abbia già ricordato.
(Parentesi: non ci rimangano male, per favore, tutti quelli - un centinaio, credo, molti dei quali tra le altre cose non sono sicura di sapere chi siano - che mi hanno fatto gli auguri, appunto, su feisssbuc...ma la verità è che - come sicuramente avranno notato tutti i miei, appunto, "amici" feisssbucchiani...io, in quel posto lí, non ci sono molto. Ho anche tutte delle mie buonissime e validissime ragioni che non spiegherò ora, rimando la cosa. Ma era per dire che  ringrazio tutti anche se, a dire la verità, a me gli auguri su faccialibro mi fanno sempre un po' di tristezza perché mi danno sempre l'impressione che in realtà sia faccialibro a ricordarsi del mio compleanno, non le persone che lo usano. Ma comunque. Grazie lo stesso, eh, non è che i vostri auguri valgano meno, mi hanno comunque riempito di gioia e gratitudine)

(Occhei. Mi sa che ho appena fatto un disastro e offeso un centinaio di persone. Amen. Chiedo scusa.)

Comunque.
Volevo dire che sto scrivendo questo post sul mio compleanno nel giorno sbagliato.
O forse nel giorno giusto.
Non lo so, è una faccenda complicata.
Per due motivi.

Il primo è banale e anche abbastanza tristerrimo. 
Ed è che domani sarò a scuola tutto il giorno, chè la mattina abbiamo la riunione preliminare per l'esame di terza media. E al pomeriggio c'è lo scritto di italiano.
Quindi esco di casa alle sette e torno alle otto-nove.
E quindi non avrei tempo per scrivere.

E vabbè. (Triste, vero?)

La seconda è che questa cosa è stranissima e non l'avevo mai vissuta e non so bene cos'è ma funziona così:
Che ora è già domani, in Italia, e quindi è il mio compleanno. Ma qui ancora no, che sono le sette di sera. 
Quindi compio gli anni in Italia ma non ancora in Colombia.
Ed è una faccenda strana di cui non so bene cosa pensare.

Detto questo, non lo so.
Compiere gli anni così lontana da casa mi sembra un pochino che li compio meno.
Non vi so spiegare perché.
Deve avere a che fare con le radici.
Cioè, tipo: se sei un albero e piove a 4 kilometri da te, l'acqua che ti arriva è pochina, no?
Mentre se ti piove sulla testa le radici bevono che è una meraviglia.
Non so, credo sia più o meno per questo.

Come se gli auguri fossero pioggia che piove lontana dalle mie radici.

Però, d'altra parte, questa cosa del fuso orario del non sapere bene quando guardarmi allo specchio per farmi gli auguri mi ha fatto scoprire una cosa grande: ed è che, in fondo, il regalo bello di cui ci si ricorda il giorno del proprio compleanno è di esistere. Che non è mica una cosa scontata, esistere.
Un sacco di cose non esistono, per dire. E anche di persone.

Io invece esisto.
Allora ho pensato che non importa poi tanto dove piove, a quanta distanza dalle mie radici.

Perché quando esisti hai radici profondissime.
E se vai in fondo in fondo nel terreno trovi acqua che magari non era nemmeno piovuta per te, ma disseta tantissimo.

(Ora, ditemi voi se è normale scrivere un post così delirante il giorno del mio quasi-compleanno)
(Vabbè.)
(Vi ho già detto che son quindici giorni che siamo senza acqua calda?)
(E che domani inizio con gli esami?)
(E poi, vabbè, evidentemente l'età che avanza comincia a farsi sentire, cosa vi devo dire?)

mercoledì 22 maggio 2013

Questioni di karma

Io a tutte quelle cose del karma e via dicendo non ci credevo.
Non ci ho mai creduto.

Magari davo giusto una sbirciata all'oroscopo, ogni tanto, così, con fare divertito e sprezzante, un po' altezzoso, anche.

Ma, in fondo, non ho mai dato credito nemmeno a una sillaba di questo genere di cose, insomma.

Oggi è stata una giornata pesante, che sabato c'è l'open day della mia scuola e insomma, potete immaginare, il delirio pre-Open day aggravato dal fatto (ve lo ricordo) che siamo in Colombia, la terra del non-sense e del "sì sì, questo lo faccio subito" che in realtà significa "non lo farò mai, manco se mi paghi in dollari".

Quindi insomma, ordinaria amministrazione: arrivo a scuola con la faccia ingrugnita, tratto male tutti o quasi tutti, sgrido quintali di studenti, mi innervosisco, mi arrabbio, perdo le staffe e via, con tutto il teatrino completo.

Poi, finalmente, arrivano le tre e mezza, ed esco da scuola.
Salgo su un taxi.
Mezz'ora di traffico spaventoso.
Arrivo a casa.
Scendo dal taxi.
Mi avvio verso casa, rimuginando sul mezzo chilo di cose che ho ancora da fare prima che finalmente scenda la notte.

A un tratto, come un lampo d'agosto, mi è chiaro: il karma esiste.
Si staglia di fronte a me in dimensioni cosmiche e con sguardo truce e ferocemente divertito.
È l'esatto momento in cui mi rendo conto di aver lasciato il computer (un Mac quasi nuovo) sul taxi, che, ovviamente, aveva già preso il volo.

Inutile dire che quando ho chiamato la compagnia dei taxi per provare a riparare l'irreparabile, il tizio dall'altra parte della cornetta si è praticamente piegato in due dalle risate, quando gli ho chiesto se avevo una qualche possibilità di recuperare il pc perduto. Che razza di domande, siamo in Colombia.

Non ho nessun argomento a mia discolpa.
Solo una dose massiccia di storditaggine acutissima e, forse, un po' di stanchezza accumulata che aggrava lo stato già sufficientemente precario della mia psiche provata.

Detto questo.
Cerco di consolarmi immaginando che il taxista in questione faccia parte (e non è così improbabile) di quella percentuale della popolazione di Bogotà che a stento riesce a guadagnarsi il cibo quotidiano e che abbia per lo meno un figlio di sette anni con una malattia gravissima che, grazie alla rivendita del mio Mac, potrà essere salvato e diventare un giorno un grande medico o avvocato o il presidente della Colombia che risolleverà le sorti di questo paese tanto provato dalla violenza e dalla guerra.

Chè, se il karma esiste, allora a questo punto tanto vale che sia per lo meno buono.

giovedì 2 maggio 2013

Binari linguistici

In questi giorni mi rendevo conto di una cosa.

Parlare due lingue è una faccenda interessantissima (non riesco nemmeno a immaginare chi ne parla tre o quattro o più...che fortuna...).

Nel senso che mi sono proprio accorta che è una di quelle cose che, fisicamente, quasi, ti spalanca il cervello.

Quando parlo in spagnolo mi accorgo che è come se nella mia testa si aprisse un altro mondo.
La sensazione, a volte, è quella di avere una specie di ferrovia nel cervello, con due grandissimi binari.
A volte mi capita di pensare in spagnolo e poi di parlare in italiano o viceversa.
Continuamente sento i meccanismi del mio cervello fare click, come attivassero una leva di scambio gigantesca, per passare da una lingua all'altra.

E non è solo questo, è proprio che mi accorgo che cambio il modo di percepire alcune realtà.
Il fatto di chiamarle diversamente o la struttura sintattica che serve a dire una cosa e magari è diversa dalla struttura che uso normalmente in italiano, fa proprio in modo che a quella cosa tu pensi in maniera diversa.
Sostanzialmente diversa.

Non lo so se rendo l'idea.
Magari tra un altro po' di tempo riesco a spiegarvelo meglio.

Poi vabbè, l'inconveniente invece è che a volte quando parlo mi vengono fuori parole che non sono nè spagnole nè italiane, ibridi lessicali che fanno ridere e basta.

Tutto ha un prezzo.

lunedì 1 aprile 2013

Di una cosa sola poi, alla fine, mi spiace, ecco.
Che io alla fine poi la sorpresa ve l'ho fatta.
Ma non a tutti tutti.
Che a casa in Italia, alla fine, ci sono rimasta solo una settimana.
E una settimana è pochissimo, altro che, per cui io avrei voluto vedere e salutare e abbracciare almeno cinquecentoventitremillemila persone che poi in verità magari non c'è stato il tempo e amen, alcuni non li hai visti, piccola i, è inutile che mó piangi sul latte versato, che non si può fare tutto, occorre scegliere, ogni tanto e blablabla.
Però ora che son qui, su questo aereo gigante che mi riporta nel mio nuovo nuovo mondo, a tanti chilometri dagli occhi e dalle braccia delle persone che ami di più al mondo e con le ore di fuso orario, che mannaggia all'ora solare, aumentano invece che diminuire, e niente, insomma.
Volevo dire che a casa ci sono stata una settimana e ha piovuto tutti i sacrosanti giorni tranne uno, l'ultimo.
E però io il sole ce l'avevo in continuazione nel cuore e negli occhi, che le persone che ho potuto vedere e salutare e abbracciare sono il mio sole e me lo sono portato appresso ogni singolo momento.
Dopo in questo esatto momento, che mi sono alzata stamattina alle cinque e ora sono a casa a Bogotà ma a questo punto mi si chiudono proprio gli occhi, che qui sono le nove di sera, ma in Italia dovete fare più sette e così per il mio corpo in questo momento sono le  quattro di mattina, che è come dire che sono sveglia da quasi 24 ore consecutive, anche perché in aereo non ho chiuso occhio e ho corretto una cosa come 4 pacchi di compiti in classe di filato e poi i film facevano schifo e quindi niente.
Insomma.
Son molto molto stanca.
E domattina sveglia alle cinque e mezza e via che si ricomincia col lavoro.
Però lascio giù qui due promemoria di due cose che vi devo assolutamente raccontare nei prossimi giorni, quando mi riprendo e cioè:
Uno: di quando ho conosciuto di persona la meraviglia e le ho stretto la mano.
Due: di quando mi sono accorta che io sono a casa sempre, anche quando non sono a casa.