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mercoledì 10 luglio 2013

questo abbraccio vada al mondo intero (semicit.) / Addio, ciaociao, auf wiedersehen, goodby (cit.)


allora, amici, cari 25 lettori eccetera.
questo è l'ultimo post.

domani prendo un aereo e venerdì sera sarò nuovamente in Italia.

qualche settimana fa  ho comprato il biglietto.
sola andata, diceva.

che poi in realtà è un ritorno.
ma per la compagnia aerea che mi ha fatto il biglietto è di sola andata.
questa cosa, ho pensato, è buffa. e anche molto indicativa di come certe andate siano in realtà dei ritorni e di come ritornare, a volte, possa invece significare andare.
insomma, di quanto sia relativa, questa cosa delle andate e dei ritorni. di come sia soggettiva, di come dipenda, in fondo, da noi, da tanti fattori.

di come, per la compagni aerea, il mio viaggio sia solo un'andata.
e forse, ho pensato, ha ragione lei.

perchè domani, undici luglio, io prenderò un aereo, da bogotà.
e il giorno dopo, la serea, dodicidiluglioduemilaetredici sarò di nuovo in Italia.
e sarò lì per restare, non per tornare qua.
(anche se mai dire mai, insomma).

e, penso, ha ragione la compagnia aerea, in fondo.
perché dopo un anno così, credo, non è possibile, in qualche modo, tornare.
si va.

si va a vedere come si è cambiati, si va a vedere un nuovo nuovo mondo che magari per altri sarà rimasto uguale o poco differente, può anche essere.
ma io (tu), che parto, dopo un anno di chilometri e ore e di tante distanze diverse e di cieli e incontri e persone che mi hanno attraversato i pensieri e gli occhi e il sangue e la pelle, io, dopo un anno così, mica torno.

io parto.
e, in fondo, non lo so mica bene quello che troverò, alla fine.

chè gli occhi, ormai, mi sono cambiati, hanno dentro delle cose nuove, che prima non conoscevo e che mi hanno cambiato lo sguardo e allargato il cuore e ora, credo, ci stanno più cose.

quindi, ecco, volevo dirvi, a voi 25 lettori, che mi avete fatto compagnia da lontano anche solo coi vostri occhi attenti e fedeli alle parole, anche quelle a volte piccole, che ho potuto regalarvi un po' da qui, per come ho potuto, insomma: grazie.

dato che questo luogo era nato, semplicemente, per raccontare di questo viaggio lungo un anno, non ha più molto senso che io continui a scriverci, da domani.
Avevo un sacco di altre cose da raccontarvi, ma vorrà dire che lo farò a voce.
E questo posto, dunque, continuerà a fluttuare nell'immensità del web e sarà un po' come quando si mettevano le lettere ricevute in una scatola delle scarpe in cima a qualche armadio, per poi riaprirla svariati anni dopo e lasciarsi nuovamente travolgere dalla commozione per le cose vere.

vi regalo, qui sotto, un'ultima immagine.

siamo io e Irene, a Monserrate.
l'amicizia con lei è stata una delle tante cose grandi che mi sono accadute qui.
l'abbraccio della foto è della stessa natura di quello, spero, di poter dare a ciascuno di voi, al più presto, al mio rientro.

il desiderio più grande che ho, in questo momento, è che questo abbraccio vada al mondo intero (semicit.).









piesse: giusto per la cronaca.
arrivo venerdì sera, ma domenica la mia famiglia mi rapisce e mi porta una settimana al mare, in Francia...quindi, a parte la giornata di sabato, non sarò tecnologicamente raggiungibile fino tipo al 21 o 22 di luglio...così, metti che qualcuno avesse voluto invitarmi a cena, dovrà aspettare fino al 22.

fine delle trasmissioni, cià:

giovedì 27 giugno 2013

Money (cit.)

Questi qui sotto sono i pesos colombiani:
Nell'ordine: 50.000 pesos, 20.000, 10.000, 5.000, 2.000.

Poi ci sarebbero le monete che sono rispettivamente da 500 pesos, 200, 100 e 50.

Immagino esistano anche tagli da più di 50.000 pesos, ma io non le ho mai viste.

In generale, 50.000 pesos è già un taglio piuttosto grande: se paghi un taxi con un 50.000 pesos, ad esempio, in genere il taxista non le accetta e ti chiede se non hai gli spicci.

Alla data odierna 1 euro vale tipo 2000 pesos, vabbè, all'incirca.
Cioè, praticamente è come ragionare ancora in lire, più o meno.
50.000 pesos sono circa 25 euro, un po' meno, in realtà.

Questo significa che quando trasferirò i soldi che ho guadagnato qui in pesos (pochini, la verità), trasformati in euro diventeranno ancor meno.

Voglio dire: non sono diventata ricca.
Poi vabbè, ci sono cose qui che costano molto meno che in Italia. (Vedi sigarette), altre invece ugguale.

No, così, magari ve lo stavate chiedendo.


domenica 23 giugno 2013

gringos

Ieri ho scoperto questa cosa simpatica del nome "gringos", che è il termine con cui i sudamericani chiamano gli statunitensi, e che è anche leggermente dispregiativo.

Il fatto è che nel 1846-48 c'è stata una guerra tra statunitensi e messicani.
La divisa dei soldati statunitensi era verde (green).

Per cui i messicani si riferivano agli statunitensi come coloro che dovevano andar via (con tono minaccioso, bellicoso): green go!

Che potremmo tradurre con un meno efficace: verdi, levatevi di torno, o qualcosa del genere.

Che nel tempo si è trasformato nella parola gringo.

Queste sono il genere di storie che mi fanno sorridere di soddisfazione, quando le trovo.

mercoledì 19 giugno 2013

Maturità t'avessi preso prima.(cit.)

Stamattina ho aperto gli occhi e la prima cosa che ho fatto (cinque e mezza del mattino, vi ricordo, prima ancora di bere il caffè) è stata precipitarmi su internet a vedere almeno i titoli, gli argomenti, dello scritto di italiano della maturità.

Ho una 20ina di ex studenti italiani che ci si stavano cimentando, e quindi.

Oh, non so. Non ho ancora letto i documenti, ma uno sguardo hai titoli mi ha leggermente terrorizzato: mi sono sembrati difficilissimi.
Spero fosse un impressione sbagliata.
E ancora di più spero siano riusciti a dare il meglio di sè.

Per quel che può valere, li ho pensati fortissimo uno ad uno.

venerdì 14 giugno 2013

Delle differenze culturali, lesson one.

A volte la cultura, o la mentalità di un popolo, si affaccia in cose minuscole, quasi impercettibili.
Non diresti nemmeno che siano cultura, e da un certo punto di vista è anche così.
Ma come insegna Tarantino (il Gran Maestro, poi vi spiego) non sono cose irrilevanti. Per niente.

Ad esempio.
Mi sono accorta che i miei amici colombiani se devono contare con le mani lo fanno diversamente da me.

Ho approfondito la questione e ho scoperto questo:

Noi europei (o per lo meno noi italiani), tendenzialmente, se dobbiamo contare da uno a cinque con una mano lo facciamo nel seguente modo:
(Segue servizio fotografico accuratamente preparato per l'occasione)

Sembrerà una sciocchezza, ma non funziona così in tutto il mondo.
I colombiani ad esempio contano così:
(Vi prego di notare le differenze: partono dall'indice e non dal pollice e - provare per credere- il due e il tre sono di una scomodità devastante)

Ma non è finita.
Ho scoperto che i gringos (che è la parola con cui i colombiani chiamano gli statunitensi) applicano un'ulteriore variante della questione: partono dal mignolo e poi via fino al pollice:


Son cose, mica no. E meritano a mio parere tutta la nostra attenzione.

Poi, per dire, sta cosa ad esempio un genio come Tarantino ha saputo trasformarla in un elemento decisivo della narrazione cinematografica:

In particolare in QUESTA SCENA

Un giorno scriverò un libro. Tratterà del valore semantico che hanno i gesti in relazione col contesto culturale in cui si inscrivono e il loro valore comunicativo.
Roba grossa.
Forse divento famosa.

martedì 21 maggio 2013

Guaraní

Ieri un'amica che è tornata da un viaggio in Paraguay per lavoro, ci raccontava che in Paraguay si parla il guaraní, che è tipo la lingua indigena di quel posto lí.

E che in guaraní non esistono due cose:
Non esiste nessuna parola per dire "no".
E non esiste nessun modo per coniugare i verbi al futuro.

Cioè, ho pensato, quindi è una lingua di gente che:
A. Vive sempre nel presente.
B. Vive con una continua disponibilità a dire sí.

Non so, questa cosa mi impressiona un sacco, non so a voi.

lunedì 13 maggio 2013

italian food

ieri, che era una giornata in cui avrei dovuto lavorare tantissimissimo, alla fine, ovviamente, non ho concluso niente di niente.

però ci siamo super riposate alla grande.

mattino: mestieri (che la casa sembrava un porcile)
poi siamo andati a pranzo in questo posto nuovo (vedi foto qui sotto), che è un ristorante italiano, con un cuoco pugliese che volevo dargli un bacio, tanto era bravo, che siamo andate con "le italiane" e abbiamo mangiato e bevuto smodatamente.

poi abbiamo preso un caffè con un amico spagnolo che è venuto a trovarci, nel pomeriggio e a quel punto, dato che ormai la giornata era andata, siamo andate al cinema.

ecco.
però oggi qui è festivo, eh.
che, bho, non so bene.
credo si festeggi l'ascensione di Gesù, credo.

quindi stamattina niente scuola e oggi correggerò millemila ore fino alle sfinimento.


giovedì 9 maggio 2013

Desde mi idioma se ve el mar

Mi ero dimenticata di dirvi una cosa bellissima, che ho visto quando sono andata alla fiera del libro.

Su una parete, grandissima, che non sono riuscita a fotografare, c'era questo murales con questa scritta:
"Desde mi idioma se ve el mar"

Che, tradotto (ma come insegna quel film meraviglioso che è Lost in traslation, è un peccato, tradurre, perché sempre, un po', traducendo, si tradisce - questa non è mia, è di Morgan...) sarebbe:

"Dalla mia lingua si vede il mare"

Non trovate sia una frase bellissima?

Mi ero dimenticata di dirvelo

mercoledì 8 maggio 2013

I bambini, in Colombia, non usano le cartelle, o gli zaini.

O meglio, sì che li usano, ma sono come quelli qui sotto, nella foto.
Degli specie di carrelli a mano o trolley, a me ricordano un sacco quelle sacche con le rotelle che usano in Italia le signore di una certa età per fare la spesa all'esselunga.

Detto questo: il vantaggio è prevenire le varie scoliosi e via dicendo.

Gli svantaggi sono:
- che si duplica lo spazio occupato da ogni bambino
- che, quando arrivano a scuola, prima di entrare in classe, i bambini usano le cartelle per giocare tipo alla lotta romana: partono da punti lontanissimi, con la cartella in resta, davanti a sè e poi giocano all'autoscontro. Niente paura: le cartelle sono indistruttibili...bhè, i bambini...un po' meno.

Nella foto non si vede, ma in genere ogni bambino, oltre al carrello-cartella-trolley, porta con sè anche una specie di piccola borsa di forma cubica che si chiama lonchera.
È un termine mutuato dall'inglese lounch (si scrive così?) che di fatto è una borsa in cui si mette il pranzo. Dovessimo tradurre il nome in italiano la chiameremmo porta-pranzo, credo.
È una cosa simpatica. Io me ne voglio comprare una.

giovedì 2 maggio 2013

Binari linguistici

In questi giorni mi rendevo conto di una cosa.

Parlare due lingue è una faccenda interessantissima (non riesco nemmeno a immaginare chi ne parla tre o quattro o più...che fortuna...).

Nel senso che mi sono proprio accorta che è una di quelle cose che, fisicamente, quasi, ti spalanca il cervello.

Quando parlo in spagnolo mi accorgo che è come se nella mia testa si aprisse un altro mondo.
La sensazione, a volte, è quella di avere una specie di ferrovia nel cervello, con due grandissimi binari.
A volte mi capita di pensare in spagnolo e poi di parlare in italiano o viceversa.
Continuamente sento i meccanismi del mio cervello fare click, come attivassero una leva di scambio gigantesca, per passare da una lingua all'altra.

E non è solo questo, è proprio che mi accorgo che cambio il modo di percepire alcune realtà.
Il fatto di chiamarle diversamente o la struttura sintattica che serve a dire una cosa e magari è diversa dalla struttura che uso normalmente in italiano, fa proprio in modo che a quella cosa tu pensi in maniera diversa.
Sostanzialmente diversa.

Non lo so se rendo l'idea.
Magari tra un altro po' di tempo riesco a spiegarvelo meglio.

Poi vabbè, l'inconveniente invece è che a volte quando parlo mi vengono fuori parole che non sono nè spagnole nè italiane, ibridi lessicali che fanno ridere e basta.

Tutto ha un prezzo.

domenica 28 aprile 2013

para que?

In spagnolo ci sono queste due congiunzioni porqué e para que.
Di per sè corrispondono ai nostri: perchè e affinché. Anche se in realtà non è proprio così.

Cioè porquè indica una causa. Para que indica lo scopo, il "motivo finale" il vantaggio a cui si arriva facendo qualcosa.

Ora, ieri sera passando davanti al supermercato per andare a comprare la pizza e incontrando, come al solito, lungo la strada, una serie infinita di poveri e gamin ai bordi delle strade o la signora fuori dal supermercato, vestita di stracci, che vendeva fiori e borse per la spazzatura, così come davanti a tante cose che mi succedono o a tante situazioni piene di dolore che mi capita, più o meno da vicino, di incontrare, ho cominciato a intuire una cosa:

che spesso ci facciamo la domanda sbagliata.

Ci chiediamo porquè.
Cercando una risposta che difficilmente sarà possibile trovare e che non fa altro che sottolineare l'ingiustizia della situazione che ci troviamo a guardare, a volte tanto evidente e schiacciante.

mentre invece dovremmo chiederci: para que?
e cioè: dove porterà, questo dolore che vedo, questa ingiustizia a cui sono di fronte, questa fatica, questo problema?
dove mi porterà? a cosa mi servirà? cosa ci guadagnerò?

perché questa domanda, invece, apre lo sguardo e fa respirare.
e sempre, credo, ha una risposta.
anche quando ci vuole del tempo per trovarla.


venerdì 26 aprile 2013

Dìa del idioma


In Colombia vanno pazzi per celebrazioni, rituali stufosi, cerimonie e via dicendo.
Oggi si celebrava il dìa del idioma, aka "giornata della lingua".

Due ore e mezza di premiazioni di concorsi letterari, alzabandiera, inni nazionali e via dicendo.

Con tanto di finale di gara di spelling in italiano, spagnolo e inglese.

Io tifavo per Sofia, una nanerottola colombiana di terza elementare che sapeva fare lo spelling, senza fare una piega, in italiano, di parole tipo: ottuagenario, parallelepipedo e stupefatto.
Però è arrivata seconda.
Uffa.


mercoledì 17 aprile 2013

Son giorni di videoconferenze, chè tutti gli anni i professori organizzano, per gli studenti del mio liceo, videoconferenze con professori italiani, via skype.

di qualsiasi materia, eh (fisica, scienze, letteratura, arte...).

è proprio una cosa bella, e una grande opportunità, per i miei studenti.

è solo che la cosa è piuttosto complicata.
tra il fuso orario (sette ore non sono poche) e le difficoltà logistiche (memento: sono nel terzo mondo, sono nel terzo mondo, sono nel terzo mondo...) a volte la cosa diventa difficile.

tipo oggi, che c'era la conferenza su Dante con il rettore della mia scuola italiana, Franco.
e niente, non c'è stato verso, la linea cadeva ogni cinque minuti e abbiamo dovuto rimandare.

amen.
quando il gioco si fa duro...

venerdì 12 aprile 2013

Allordunque, per la cronaca: non siamo passati.
Sto parlando della fase regionale delle olimpiadi di italiano.
Hanno vinto un paio di ragazzi spagnoli dal nome e cognome interamente e inequivocabilmente italiani e poi un altro studente brasiliano e niente, nè Luis Camilo nè Laura ce l'hanno fatta.

Peccato. In palio c'era la possibilità di andare a Firenze a fare la finalissima nazionale.

Però.
In compenso da domani saremo quasi famosi.
Ci hanno chiesto un'intervista a proposito della nostra partecipazione alle olimpiadi e domani, ore 14.00 (ora italiana) o anche 7.00 del mattino (ora colombiana), potrete ascoltare direttamente la voce di Luis Camilo che risponde alle domande dell'intervista su radio Italia 3.

QUI trovate il link del sito web della radio, se voleste collegarvi e ascoltarla.
E se per caso ve la perdete perché, chessó, siete all'iper a far la spesa, no panic: QUI INVECE potrete trovare il podcast dell'intervista anche nei giorni successivi.

Vi aspettiamo numerosi.
L'intervista dura una cosa come tre minuti.
E Luis Camilo è molto molto orgoglioso di tutto questo.

giovedì 11 aprile 2013

Where the streets have no name (cit.)


Le strade, a Bogotà come in tutto il continente americano, credo, non hanno nome.
Hanno numeri.
La settima, la novena, la 116 eccetera.
In realtà è un sistema piuttosto intelligente.
La città è divisa in due: la parte verso sud e la parte verso nord.
Dalla strada centrale le strade sono numerate progressivamente, in maniera parallela: c'è la prima, la seconda, la terza, la quarta e così via "hacia el northe" o "hacia el sur" (verso nord o verso sud).
Le strade grandi si chiamano "carreras", che più o meno corrisponde alla nostra "via", quelle più piccole, che incrociano le carreras, sono le "calles" che più o meno equivalgono al nostro termine "strada", o forse è il contrario, non ho ben capito.
Per cui quando tu devi andare in un posto o devi dare un indirizzo, l'indicazione è sempre l'intersezione tra due strade. Ad esempio: io abito nella "carrera 27 con 45, hacia el northe".

Questa cosa ha un grande vantaggio: quello di (più o meno, perché in realtà poi ovviamente il sistema è un po' più complesso di così) sapere sempre dove ti trovi e, soprattutto, se sei vicino o lontano rispetto a un altro luogo.
Cioè, se un amico mi dice: vienimi a trovare, abito nella "45 con 23", io so che non è molto lontano da casa mia. Mentre se dovesse dirmi: abito dalle parti della 116, so che minimo minimo mi aspetta una mezz'ora o anche più, in taxi...
È comodo, insomma.
È un sistema intelligente, ecco.

A volte penso che sarebbe tanto comodo se ci fosse un sistema simile per capire quanto lontano o vicino sei rispetto alle persone.

Non so, ad esempio, se stamattina William, al posto di farmi dannare tutta l'ora, avesse potuto dirmi: "prof, stamattina se lei si trova nella settima, guardi, io sto almeno alla 75", io subito avrei potuto capire che avevo tanta tanta strada, da fare, per arrivare là dov'era il suo cuore e andare a trovarlo.
Invece mi è toccato sbraitare per un'ora e mezza.
E alla fine, secondo me, non sono arrivata nemmeno alla 30.
Mi sa che William è ancora là che mi aspetta.
Domani prendo un taxi e lo raggiungo, se riesco.

giovedì 4 aprile 2013

Promemoria numero 2


Ovvero dell'essere a casa, sempre.

La verità vera è che io per anni non mi sono sentita a casa mai, in nessun luogo, in nessuna casa.
Nemmeno quando ho avuto un posto mio, proprio mio, che ho potuto riempire all'inverosimile con oggetti, colori, gadget tra i più inutili che la storia dei gadget inutili può testimoniare e che in qualche modo gridassero a me stessa e al mondo che io c'ero, ero unica, avevo un posto.

Mi ha impressionato tornare qui, dopo una settimana trascorsa in Italia, a quasi otto mesi dalla mia partenza, scendere dall'aereo dopo il numero di ore devastanti e, fatti salvi i primi minuti di spaesamento e disagio, scoprirmi contenta di essere qui.

Che verrebbe da dire: contenta di essere in Colombia??? Contenta di essere di nuovo tanto lontana da casa, dagli amici, dagli affetti (e, in un certo senso, anche dalla civiltà...)???
Come puó essere che sei contenta???
(Perché poi, il punto, è che ero proprio contenta, non rassegnata, non abituata, non "inserita"....contenta, insomma).

Allora vi dico due cose.
Uno: contenta non significa senza dolore, o senza nostalgia o senza preoccupazioni o senza fatica o senza mancanza o senza.
Insomma, la parola contenta non ha dei senza, dentro.
Due: contenta non significa allegra o spensierata o stupidamente sorridente senza motivi.

Contenta significa: piena, densa, carica di consapevolezza, cosciente del fatto che ovunque nel mondo, in qualsiasi condizione io mio trovi, tutto è per me e non c'è circostanza o situazione, nemmeno quelle che contengono anche il dolore o la fatica o la preoccupazione, che non sia per me promessa di una scoperta di un bene grande e irrinunciabile.

Insomma.
Io sono contenta.
E questo mi fa sentire a casa, sempre.

mercoledì 3 aprile 2013

promemoria uno

Ovvero di quella volta che ho conosciuto di persona la meraviglia e le ho stretto la mano.

Era lunedì scorso.
Ero in Italia. Lo sapevano in pochissimi. cioè, per esempio ai miei alunni italiani non l'avevo detto, che, appunto, volevo fargli una sorpresa.

E infatti.
Io vorrei potervi raccontare le loro facce, i loro occhi e i loro sguardi, quando sono entrata in classe a salutarli, lunedì mattina, inaspettatamente.

Non si possono raccontare, in realtà. E anche avessi avuto una macchina fotografica o una cinepresa non sarebbe stato sufficiente a descrivere le loro reazioni (le più disparate) e il loro silenzio incredulo e (in alcuni casi) grato.

Io so questo, però, e questo ve lo posso raccontare:
che in quel momento mi è stato evidente, e di un'evidenza imbarazzante, che in realtà, tutte le mattine, quando mi alzo, quello che desidero, andando incontro alla giornata, è questo: lo sguardo di qualcuno che mi guardi, si stupisca e si commuova per il solo fatto che io esisto e per questo è grato.

Di questo abbiamo bisogno, non altro: di essere guardati con meraviglia e gratitudine.
E quello che facciamo, anche quando sbagliamo, è sempre, in qualche modo, per il desiderio di uno sguardo così.

sguardo in spagnolo si dice mirada.
è una parola che mi piace tantissimo e che preferisco a quella italiana, perché in spagnolo suona ampia e si porta dentro un respiro infinito, sembra scivolare come gli occhi quando sono davanti al mare.

Io, a una mirada su di me come quella, non voglio più rinunciare.


domenica 10 marzo 2013

uno sguardo da fuori

Ieri sera a cena abbiamo invitato Sofia e suo papà.
Sofia è colombiana, figlia di colombiani, ma è sempre vissuta in Italia.
Poi qualche anno fa suo papà è tornato a vivere in Colombia e sua mamma è rimasta in Italia, con l'altra figlia e lei quest'anno ha deciso di tornare a vivere a Bogotà con suo papà.

Quindi ieri sera sono venuti a cena e suo papà ci ha raccontato la sua storia, che è una storia incredibile.
Lui aveva fatto un liceo bilingue, italo-colombiano, come quello in cui insegno.
A 19 anni, finito il liceo è partito per l'Italia.
E' tornato tipo un anno dopo in compagnia di un falegname italiano e si sono messi a fare cucine componibili, che in Colombia sono stati i primi.
Poi dopo due anni ha mollato ed è tornato in Italia. Si è messo a fare un corso da vasaio e nel frattempo lavorava come traduttore. Fu così che gli hanno proposto di iniziare a usare uno dei primissimi Mac che venivano esportati in Italia. Così lui ha cominiciato a specializzarsi in questo, già che c'era ha cominciato a fare una scuola di disegno industriale e non ho capito bene come, oltre a produrre una linea di portachiavi, è finito a lavorare in Rizzoli, dove ha lavorato per tipo 15 anni come direttore generale di alcune riviste (progetti grafici e quant'altro). Ha conosciuto Steve Jobs personalmente, con cui ha anche cenato un paio di volte eccetera, insomma, cose così.

Ora è tornato in Colombia da tre anni e, oltre ad avere aperto un'attività di disegno di gioielli, al momento sta prendendo in gestione un ristorante, in cui cucina personalmente tutti i giorni.

Insomma, una storia incredibile.
Di quelle che bisognerebbe scriverci un libro o farci un film, insomma. Incredibile.

Dell'Italia, di cui è perdutamente innamorato, dice:
"quando sono tornato, in questi ultimi anni, la cosa che più mi da tristezza è vedere come le persone passino il tempo a lamentarsi e a deprimersi invece che mettersi a lavorare; la Colombia ha tanti problemi, alcuni molto più gravi di quelli che in Italia si possono vivere, ma qui c'è tanta gente che ha voglia di crescere e di fare"

E io non so come dargli torto, sinceramente.

domenica 3 marzo 2013

Las mañanitas

Quando è il compleanno di qualcuno, qui, oltre al classico tantiauguriate (ovviamente in spagnolo), si cantano Las mañanitas, che è una canzone carinissima, che qui vi ho messo una versione cantata da topo gigio che è ancora più carina.

sabato 2 marzo 2013

e nel caso in cui non ci vedessimo: buongiorno, buonasera e buonanotte (cit.)

continuo a fare figuracce, allora alla fine mi sono decisa a chiedere:

qui funziona così:
la mattina, fino a mezzogiorno si dice Buenos dias (buongiorno).
da mezzogiorno alle sei si dice Buenas tardes (che equivarrebbe al nostro buona sera)
e dalle sei del pomeriggio in poi si dice Buenas noches (che è il nostro buona notte).

che in effetti, se ci penso, per la scansione solare della giornata qui ha anche senso.
è che il mio cervello è ancora tarato sul sole d'Italia...