C'è questo fatto, che ci penso da un po' ed è strano e non so bene come spiegarlo.
Cioè.
Io da quando sono qui praticamente non ho comprato quasi nulla.
Un paio di jeans, perché quelli che mi ero portata dall'Italia li ho distrutti.
Un paio di scarpe da tennis, per lo stesso motivo.
Un maglione e un vestito leggero, perché non ci stavano in valigia quando sono partita.
Un paio di orecchini.
Fine.
In un anno.
Voglio dire: non che io appartenga in maniera drastica al tipo di donna che fa shopping sfrenato e disperatissimo almeno una volta alla settimana.
Voglio dire: non ho mai avuto l'agiatezza economica per permettermelo e comunque, in Italia, mi capitava più spesso di spendere vagonate di soldi in maniera compulsiva più per i libri, che per vestiti o simili.
Però, insomma, la mia dose di shopping annuale e corse ai saldi me la sono sempre beccata anche io, con gusto e piacere, insomma.
Allora mi sono messa lì e ho provato a capirci qualcosa e i dati che ho raccolto sono i seguenti:
1. In Colombia la moda non esiste. Cioè: se cammini per strada e ti guardi in giro la gente è vestita veramente a caso e nei modi più assurdi e diversificati. Sia da un punto di vista climatico (trovi gente in infradito e canottiera accanto a persone col cappotto, per dire...e nello stesso giorno), sia da un punto di vista di "stile": si va dal gamin in stracci, alla donna in tacchi e tailleur, al ragazzino in uniforme scolastico, alla signora di mezza età in tuta...però, insomma, non è come a Milano, che ti basta salire in metropolitana, dare un colpo d'occhio per affermare, chessó, tipo: ah, quest'anno va il verde smeraldo.
2. Non esistono negozi. Cioè, tipo: se cammini per strada, in qualunque zona della città, è molto raro trovare negozi di abbigliamento. Ce ne sono pochissimi. O meglio, ci sono. Ma sono stipati tutti nei centri commerciali (numerosi). Però nelle vie e strade "normali", quelle per cui si cammina abitualmente, non ce ne sono proprio. Per cui, boh, non so, non ti viene in mente proprio.
3. Ai colombiani non gliene frega proprio niente di come sei vestito. O meglio. In generale hanno un gusto...diciamo...leggermente pacchiano, ecco. Cose leopardate, righe miste a colori improbabili, etc. Di per loro in realtà sono attentissimi all'aspetto fisico, su certe cose, per cui ad esempio, la manicure è un Must, anche per gli uomini, ad esempio. Ci sono parrucchieri ad ogni angolo di strada, le donne hanno una vera e propria ossessione per i tacchi 12....ma sull'abbigliamento in quanto tale...bhè, non gli interessa. O per lo meno, non ne parlano e non te lo fanno notare.
Poi, non so.
È che proprio non ne ho sentito il bisogno, chenneso.
Tutta una serie di cose per cui in Italia impazzivo, qui, hanno perso d'interesse.
Come se davvero, alla fine, ti ritrovi faccia a faccia con le tue esigenze vere.
Un caffè con un amico, o una mail che ti arriva dall'Italia, dopo averla aspettata a lungo, una telefonata via Skype, un invito a cena, una coinquilina che ti prepara il caffè la mattina...
Cose così, insomma, che da Zara non vendono.
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mercoledì 3 luglio 2013
lunedì 17 giugno 2013
notte prima degli esami (cit.)
Se di lavoro fai la professoressa e alla fine dell'anno ti tocca fare la commissaria agli esami, questa è proprio una cosa bellissima.
cioè. è difficile, stancante, stressante e tutto il resto, certo, chi dice di no.
però è proprio bello.
innanzitutto perché ti ribalta tutto.
cioè, voglio dire: quei ragazzi lì, quelli contro i quali fino al giorno prima hai inveito, sbraitato, scagliato gomme. quelli che hai massacrato di insulti, arrabbiature, voti infami, note.
quelli che ti hanno dato del filo da torcere, che ti hanno deluso, stancato, stressato...
quellilì, insomma, che fino al giorno prima erano solo i tuoi alunni...
dal giorno che cominciano l'esame diventano tuoi e basta.
sono tuoi in un modo in cui lo erano anche prima, ma l'esame lo fa diventare evidente in un modo imbarazzante.
sono tuoi anche quelli che ti stanno antipatici, quelli che non hanno mai studiato, quelli che "potrebbero dare di più ma non si applicano", quelli che non stavano mai zitti, quelli che cercavano di fregarti, che non facevano i compiti, che copiavano nelle verifiche.
sono tuoi e basta, punto.
e tu ti ritrovi a fare il tifo per loro, per ciascuno.
ti ritrovi a girare tra i banchi alla ricerca di errori da correggere di nascosto dal presidente di commissione, di suggerimenti da dare, di sorrisi incoraggianti da sfoderare...
e quando si corregge ti ritrovi a valorizzare ogni virgola, ogni parola che anche solo minimamente abbia dentro un respiro buono, e tiri fuori dalla memoria gesti, episodi, fatti, anche minuscoli, a testimonianza del bene che sono, che c'è in loro, anche nel "peggiore" di loro, anche di quello che ti ha fatto penare fino al secondo prima. anzi, se è possibile, quellilì, i peggiori, sono ancora più tuoi degli altri.
insomma, è una cosa bella, questa, perchè è come se, finalmente, dopo tutto il tempo in cui li hai accompagnati, diventasse evidente lo scopo: non li hai accompagnati perché fossero perfetti, nemmeno perché fossero migliori e, tutto sommato, nemmeno (solo) perchè imparassero delle cose.
li hai accompagnati perchè ci sono, e sono stati affidati a te.
e questa è l'unica ragione sufficiente per volergli bene e sostenerli fino all'ultimo, al di là dei meriti.
e basta.
cioè. è difficile, stancante, stressante e tutto il resto, certo, chi dice di no.
però è proprio bello.
innanzitutto perché ti ribalta tutto.
cioè, voglio dire: quei ragazzi lì, quelli contro i quali fino al giorno prima hai inveito, sbraitato, scagliato gomme. quelli che hai massacrato di insulti, arrabbiature, voti infami, note.
quelli che ti hanno dato del filo da torcere, che ti hanno deluso, stancato, stressato...
quellilì, insomma, che fino al giorno prima erano solo i tuoi alunni...
dal giorno che cominciano l'esame diventano tuoi e basta.
sono tuoi in un modo in cui lo erano anche prima, ma l'esame lo fa diventare evidente in un modo imbarazzante.
sono tuoi anche quelli che ti stanno antipatici, quelli che non hanno mai studiato, quelli che "potrebbero dare di più ma non si applicano", quelli che non stavano mai zitti, quelli che cercavano di fregarti, che non facevano i compiti, che copiavano nelle verifiche.
sono tuoi e basta, punto.
e tu ti ritrovi a fare il tifo per loro, per ciascuno.
ti ritrovi a girare tra i banchi alla ricerca di errori da correggere di nascosto dal presidente di commissione, di suggerimenti da dare, di sorrisi incoraggianti da sfoderare...
e quando si corregge ti ritrovi a valorizzare ogni virgola, ogni parola che anche solo minimamente abbia dentro un respiro buono, e tiri fuori dalla memoria gesti, episodi, fatti, anche minuscoli, a testimonianza del bene che sono, che c'è in loro, anche nel "peggiore" di loro, anche di quello che ti ha fatto penare fino al secondo prima. anzi, se è possibile, quellilì, i peggiori, sono ancora più tuoi degli altri.
insomma, è una cosa bella, questa, perchè è come se, finalmente, dopo tutto il tempo in cui li hai accompagnati, diventasse evidente lo scopo: non li hai accompagnati perché fossero perfetti, nemmeno perché fossero migliori e, tutto sommato, nemmeno (solo) perchè imparassero delle cose.
li hai accompagnati perchè ci sono, e sono stati affidati a te.
e questa è l'unica ragione sufficiente per volergli bene e sostenerli fino all'ultimo, al di là dei meriti.
e basta.
venerdì 14 giugno 2013
Delle differenze culturali, lesson one.
A volte la cultura, o la mentalità di un popolo, si affaccia in cose minuscole, quasi impercettibili.
Non diresti nemmeno che siano cultura, e da un certo punto di vista è anche così.
Ma come insegna Tarantino (il Gran Maestro, poi vi spiego) non sono cose irrilevanti. Per niente.
Ad esempio.
Mi sono accorta che i miei amici colombiani se devono contare con le mani lo fanno diversamente da me.
Ho approfondito la questione e ho scoperto questo:
Noi europei (o per lo meno noi italiani), tendenzialmente, se dobbiamo contare da uno a cinque con una mano lo facciamo nel seguente modo:
(Segue servizio fotografico accuratamente preparato per l'occasione)
Sembrerà una sciocchezza, ma non funziona così in tutto il mondo.
Non diresti nemmeno che siano cultura, e da un certo punto di vista è anche così.
Ma come insegna Tarantino (il Gran Maestro, poi vi spiego) non sono cose irrilevanti. Per niente.
Ad esempio.
Mi sono accorta che i miei amici colombiani se devono contare con le mani lo fanno diversamente da me.
Ho approfondito la questione e ho scoperto questo:
Noi europei (o per lo meno noi italiani), tendenzialmente, se dobbiamo contare da uno a cinque con una mano lo facciamo nel seguente modo:
(Segue servizio fotografico accuratamente preparato per l'occasione)
I colombiani ad esempio contano così:
(Vi prego di notare le differenze: partono dall'indice e non dal pollice e - provare per credere- il due e il tre sono di una scomodità devastante)
(Vi prego di notare le differenze: partono dall'indice e non dal pollice e - provare per credere- il due e il tre sono di una scomodità devastante)
Ma non è finita.
Ho scoperto che i gringos (che è la parola con cui i colombiani chiamano gli statunitensi) applicano un'ulteriore variante della questione: partono dal mignolo e poi via fino al pollice:
Son cose, mica no. E meritano a mio parere tutta la nostra attenzione.
Poi, per dire, sta cosa ad esempio un genio come Tarantino ha saputo trasformarla in un elemento decisivo della narrazione cinematografica:
In particolare in QUESTA SCENA
Un giorno scriverò un libro. Tratterà del valore semantico che hanno i gesti in relazione col contesto culturale in cui si inscrivono e il loro valore comunicativo.
Roba grossa.
Forse divento famosa.
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non si finisce mai di imparare,
observando,
potrei anche avere ragione,
rendetevi conto,
tradizioni eccetera,
vabbé
giovedì 13 giugno 2013
Genetica
I colombiani (o almeno quelli che conosco io) tendenzialmente non usano l'ombrello.
Dicono che tanto ci si asciuga veloce, qui.
Cosa che è parzialmente vera (e che in parte usano anche come giustificazione di quell'incomprensibile usanza di arrivare a scuola coi capelli fradici anche se ci sono 8 gradi, di cui avevo già parlato, mi pare) ma che a mio parere risulta comunque incomprensibile.
Cioè.
Qui, quando piove, diluvia.
Anche per ore, eh.
E questi se ne vanno in giro sotto l'acqua senza fare una piega.
E non è che dopo s'ammalano, in effetti.
Io ho una tosse che mi perseguita da tre mesi.
Forse l'organismo umano colombiano ha anticorpi speciali che a noi europei mancano, è la mia ipotesi.
Quando ho detto a Juli che mi avevano costretto a mangiare le formiche e lei mi ha risposto: scherzi?! Sono buonissime, io me le faccio sempre regalare da mia nonna!,ne ho avuto definitiva conferma: i colombiani devono avere un differente corredo cromosomico.
Dicono che tanto ci si asciuga veloce, qui.
Cosa che è parzialmente vera (e che in parte usano anche come giustificazione di quell'incomprensibile usanza di arrivare a scuola coi capelli fradici anche se ci sono 8 gradi, di cui avevo già parlato, mi pare) ma che a mio parere risulta comunque incomprensibile.
Cioè.
Qui, quando piove, diluvia.
Anche per ore, eh.
E questi se ne vanno in giro sotto l'acqua senza fare una piega.
E non è che dopo s'ammalano, in effetti.
Io ho una tosse che mi perseguita da tre mesi.
Forse l'organismo umano colombiano ha anticorpi speciali che a noi europei mancano, è la mia ipotesi.
Quando ho detto a Juli che mi avevano costretto a mangiare le formiche e lei mi ha risposto: scherzi?! Sono buonissime, io me le faccio sempre regalare da mia nonna!,ne ho avuto definitiva conferma: i colombiani devono avere un differente corredo cromosomico.
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son problemi,
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mercoledì 12 giugno 2013
domenica 9 giugno 2013
fotoracconto n.2 (un altro esperimento)
Come in quel racconto di Carver, che forse era una poesia in forma di racconto o un racconto in forma di poesia, insomma, uno di quelli, dove c’è lui che rimane chiuso fuori di casa e, tipo dal balcone o qualcosa del genere, guarda dentro, attraverso la finestra.
e quel che vede è la sedia e la scrivania e la macchina da scrivere, sopra. il suo disordine e l’ordine e le cose, gli oggetti e, forse, un posacenere.
o una bottiglia d’acqua, può darsi.
cose minuscole, come minuscola, in un certo senso, era la sua scrittura.
cose così.
e quel che vede è la sedia e la scrivania e la macchina da scrivere, sopra. il suo disordine e l’ordine e le cose, gli oggetti e, forse, un posacenere.
o una bottiglia d’acqua, può darsi.
cose minuscole, come minuscola, in un certo senso, era la sua scrittura.
cose così.
e lei capiva, leggendolo, che della scrittura proprio, stava parlando, il vecchio Raymond.
di come scrivere sia rimanere chiusi fuori casa e, da fuori, potersi guardare.
di come scrivere sia rimanere chiusi fuori casa e, da fuori, potersi guardare.
lo capì in quel momento, guardando dalla finestra interna, che dava sul corridoio, il suo ufficio, chiuso, con le chiavi dentro e lei fuori.
il thermos di caffè sul tavolo, le sedie in fila, i libri impilati.
il thermos di caffè sul tavolo, le sedie in fila, i libri impilati.
e quella sedia, lasciata vuota e scomposta, in mezzo alla stanza, girata dalla parte sbagliata.
come quando si riceve una notizia improvvisa e si esce di casa con un pentolino sul fuoco, le luci accese, le finestre aperte, per l’urgenza di un fatto che ci ha raggiunti impreparati.
come quando si riceve una notizia improvvisa e si esce di casa con un pentolino sul fuoco, le luci accese, le finestre aperte, per l’urgenza di un fatto che ci ha raggiunti impreparati.
e quel foglio, per terra, impertinente, a ricordarle le cose perdute a ogni angolo della sua vita.
ma, più di tutto, quello che la colpì fu la luce.
entrava dall’altra finestra,quella che dava sul cortile, sull’esterno.
ed era una luce decisamente sfacciata.
entrava dall’altra finestra,quella che dava sul cortile, sull’esterno.
ed era una luce decisamente sfacciata.
incurante dei suoi disordini e delle sue dimenticanze.
dell’allineamento maniacale delle cose.
incurante, perfino, della sua assenza di quel momento.
dell’allineamento maniacale delle cose.
incurante, perfino, della sua assenza di quel momento.
la luce inondava, sfacciata, tutta la stanza, occupando lo spazio lasciato irrimediabilmente disabitato da lei; scivolando sulla superficie liscia delle cose e dei mobili; irrompendo con forza dai vetri lasciati liberi dalla tenda che lei stessa, poche settimane prima, aveva deciso di arrotolare e legare in modo che non facesse impedimento.
quella luce, in un certo senso - pensò - la stava aspettando da tempo.
paziente, si era intrufolata ogni giorno per giorni, in quella stanza.
qualche volta le aveva scaldato la schiena, altre, semplicemente, l’aveva accompagnata silenziosa, senza mai ricevere un grazie e nemmeno un occhiata veloce di riconoscimento, nè un segno anche minimo di considerazione.
paziente, si era intrufolata ogni giorno per giorni, in quella stanza.
qualche volta le aveva scaldato la schiena, altre, semplicemente, l’aveva accompagnata silenziosa, senza mai ricevere un grazie e nemmeno un occhiata veloce di riconoscimento, nè un segno anche minimo di considerazione.
rimase a guardare qualche istante il pavimento lucido e il foglio a terra, nemmeno ricordava cosa fosse, o se fosse importante.
pensò che quella stanza le somigliava.
non per il disordine, e nemmeno per essere vuota, senza di lei, e irrimediabilmente chiusa. tutte cose che, per altro, si sentiva corrisponderle perfettamente, da molti mesi, ormai.
non era quello, che colse come segno di riconoscimento di sé.
pensò che quella stanza le somigliava.
non per il disordine, e nemmeno per essere vuota, senza di lei, e irrimediabilmente chiusa. tutte cose che, per altro, si sentiva corrisponderle perfettamente, da molti mesi, ormai.
non era quello, che colse come segno di riconoscimento di sé.
ciò che più sentì esserle specchio era quella luce: immeritata e non richiesta. paziente e, soprattutto, estranea: veniva da fuori, gratis, non era niente che lei avesse predisposto.
eppure le scaldava il cuore - pensò - più di ogni altra cosa quella stanza contenesse.
eppure le scaldava il cuore - pensò - più di ogni altra cosa quella stanza contenesse.
quando si girò, per scendere alla ricerca di un passe-partout, raddrizzò impercettibilmente la schiena e sentì rischiarasi la fronte.
finchè c’è una luce che mi aspetta sfacciata - si disse, tra i pensieri - nessuna assenza potrà mai essere irrimediabile
venerdì 7 giugno 2013
colombia, tierra querida
una settimana fa si è rotta la caldaia di casa nostra.
questo significa che è una settimana che non abbiamo acqua calda in casa.
una settimana.
voi magari credete che non abbiamo preso seriamente in considerazione la cosa e non abbiamo chiamato i tizi che dovrebbero risolvere il problema eccetera.
ma non è così.
avete una pessima idea di noi, se pensate questo.
abbiamo chiamato la mattina dopo.
e poi quella dopo.
e poi quella dopo.
e, finalmente, ieri, è venuto il tizio a ripararla.
ma poi se n'è andato.
e ci ha detto che non può.
che dovrà tornare.
domani è sabato. e lunedì è festivo.
quindi significa che se non torna oggi (cosa improbabile, dati i precedenti), toccherà aspettare almeno fino a martedì, ammesso che martedì si ricordi di noi.
lavare i piatti con l'acqua fredda, con le temperature che ci sono qui a Bogotà è un'esperienza interessante.
ma mai quanto farsi la doccia.
questo significa che è una settimana che non abbiamo acqua calda in casa.
una settimana.
voi magari credete che non abbiamo preso seriamente in considerazione la cosa e non abbiamo chiamato i tizi che dovrebbero risolvere il problema eccetera.
ma non è così.
avete una pessima idea di noi, se pensate questo.
abbiamo chiamato la mattina dopo.
e poi quella dopo.
e poi quella dopo.
e, finalmente, ieri, è venuto il tizio a ripararla.
ma poi se n'è andato.
e ci ha detto che non può.
che dovrà tornare.
domani è sabato. e lunedì è festivo.
quindi significa che se non torna oggi (cosa improbabile, dati i precedenti), toccherà aspettare almeno fino a martedì, ammesso che martedì si ricordi di noi.
lavare i piatti con l'acqua fredda, con le temperature che ci sono qui a Bogotà è un'esperienza interessante.
ma mai quanto farsi la doccia.
lunedì 27 maggio 2013
dei trucchi infingardissimi
qualche giorno fa hanno rubato il cellulare a chiara.
pieno giorno, a galerias, che è diciamo una zona commerciale vicina a casa.
era tipo un sabato o una domenica pomeriggio, tanta gente in giro.
funziona così:
le hanno tirato qualcosa addosso.
tipo qualcosa di abbastanza schifoso e puzzoso, sui capelli e sulla testa.
improvvisamente compare alla sua sinistra una signora gentilissima che le offre un fazzoletto e le chiede se ha bisogno di aiuto per pulirsi.
sorrisi e strette di mano.
quando chiara si allontana e infila la mano in tasca si accorge di non avere più il cellulare, ovviamente.
carini, eh, i colombiani.
(certi, ovviamente, mica tutti, eh, ovvio).
promemoria: se ti ritrovi qualcosa di schifoso e puzzoso tra i capelli non fermarti, non sorridere a nessuno, tira dritto e ci penserai a qualche isolato di distanza, a pulirti.
ovvio, se vivi a bogotà.
pieno giorno, a galerias, che è diciamo una zona commerciale vicina a casa.
era tipo un sabato o una domenica pomeriggio, tanta gente in giro.
funziona così:
le hanno tirato qualcosa addosso.
tipo qualcosa di abbastanza schifoso e puzzoso, sui capelli e sulla testa.
improvvisamente compare alla sua sinistra una signora gentilissima che le offre un fazzoletto e le chiede se ha bisogno di aiuto per pulirsi.
sorrisi e strette di mano.
quando chiara si allontana e infila la mano in tasca si accorge di non avere più il cellulare, ovviamente.
carini, eh, i colombiani.
(certi, ovviamente, mica tutti, eh, ovvio).
promemoria: se ti ritrovi qualcosa di schifoso e puzzoso tra i capelli non fermarti, non sorridere a nessuno, tira dritto e ci penserai a qualche isolato di distanza, a pulirti.
ovvio, se vivi a bogotà.
martedì 14 maggio 2013
foto-racconto (un esperimento)
ieri, nel posto dove siamo andate a pranzo, sul marciapiede di fronte al ristorante, a un certo punto, è arrivata una bambina. era con suo padre (? credo), stavano su un carretto e ogni tanto si fermavano e raccoglievano cose dalla spazzatura, cosa che capita abbastanza di frequente di vedere, a Bogotà.
solo che questa bambina a un certo punto ha fatto questa cosa straordinaria che ho avuto la fortuna e la prontezza di fotografare all'istante.
ho pensato che una cosa così bella dovevo raccontarla.
e niente, ci ho provato.
qui, sotto la foto, ho messo una specie di racconto che bho, magari non è granchè, ma è la cosa che mi è venuta in mente mentre la guardavo.
solo che questa bambina a un certo punto ha fatto questa cosa straordinaria che ho avuto la fortuna e la prontezza di fotografare all'istante.
ho pensato che una cosa così bella dovevo raccontarla.
e niente, ci ho provato.
qui, sotto la foto, ho messo una specie di racconto che bho, magari non è granchè, ma è la cosa che mi è venuta in mente mentre la guardavo.
Avevo sette anni, ancora me lo ricordo.
Papà mi costringeva a mettere il passamontagna e gli stivali della pioggia.
"Non si sa mai", diceva.
Io non capivo mai a cosa, esattamente, si riferisse.
Cos'era, che bisognava sapere e quando.
Uscivamo prestissimo nel mattino che era ancora notte e lui mi caricava di peso, con le sue braccia magre, sul carretto, davanti, accanto al posto del guidatore.
Poi andava a prendere Felipe, il nostro cavallo spellacchiato e triste, e partivamo.
La giornata era lunga e attraversata da tutte le stagioni.
Ogni pochi metri c'era da fermarsi, scendere e frugare nei sacchi e nei mucchi di immondizia ai bordi delle strade. Ogni tanto si trovavano cose buone, cose che caricavamo sul carretto, da riportare a don Jairo - papà lo chiamava così - da, rivendere contrattando il prezzo.
Ogni tanto trovavo qualcosa anche per me.
Ricordo una felpa rosa, bellissima, della mia misura, che davanti aveva il disegno di un sole grande con la faccia sorridente e dietro, invece, una scritta che non sapevo leggere ma aveva le lettere svolazzanti di allegria. aveva un buco in una manica, ma a me non importava, mi sembrava così bella che non la toglievo quasi mai.
Un'altra volta un braccialetto verde e giallo, di perline di legno. ne mancava qualcuna, ma era bellissimo lo stesso e lo mettevo solo in occasioni speciali, come a Natale o quando papà mi diceva che c'era qualcosa da festeggiare.
Quel giorno era tardi e faceva freddo e ancora non aveva piovuto, ma sarebbe successo presto.
nel quartiere in cui stavamo lavorando c'era in giro poca gente, forse perché era domenica o forse era l'orario del pranzo, a tenere la gente in casa.
Papà stava caricando sul carretto un tavolino di legno, a cui mancava una gamba, ma per il resto era ancora buono.
Io camminavo piano, in bilico sull'orlo del marciapiede, un piede davanti all'altro, come le ginnaste in televisione.
Non guardavo avanti, per non perdere l'equilibrio, ma mi fissavo la punta dei piedi, una alla volta, come procedevano dritti tenendomi sul bordo, a filo.
Quando lo vidi, la prima cosa che mi colpì, fu il colore: un blu fortissimo, faceva quasi male agli occhi, se lo fissavi intensamente, attraverso la carta trasparente che lo avvolgeva.
Era un fiore che avevo già visto una volta, credo, forse ero dalla nonna, in pianura, d'estate.
Mi aveva, mi pare di ricordare, anche detto il nome e raccontato una storia triste e lunghissima che ne spiegava l'origine e il significato. ora i nomi li ho dimenticati e la storia anche, ma quel colore era impossibile, da dimenticare, ti si inchiodava dritto dritto in fondo all'anima e da lì non sarebbe mai più stato possibile eliminarlo: sarebbe diventato l'elemento di paragone con tutte le cose blu che avrei visto nella vita da quel momento in poi.
Il mare, io, ad esempio, ancora non l'avevo mai visto. Ma mi immaginavo che in certi punti, in certe ore del giorno, forse il mare avrebbe potuto, sì, essere di quel colore lì, accecante e senza fiato.
Persi quasi l'equilibrio, vedendolo, e dovetti scendere dal marciapiede.
Non so chi l'avesse lasciato, abbandonato lì, così nuovo e meraviglioso, in mezzo alla spazzatura.
Forse una fidanzata arrabbiata e risentita - avevo pensato.
O un marito, per ripicca.
Una cosa del genere, insomma. Quei gesti stupidi che a volte i grandi fanno e che agli occhi dei bambini sono tanto indecifrabili.
Improvvisamente, fissandolo per qualche secondo, ebbi, per la prima volta, un pensiero che poi, nella vita, tante volte, se ci ripenso, mi ha salvato.
Seppi, con certezza, che quel fiore non era lì per caso.
Era lì per me.
Perchè io potessi affogarci gli occhi, dentro quel blu perfetto.
E, che se l'avessi fatto, sarei stata salva, per sempre.
Per questo mi chinai piano e lo raccolsi.
Non avrebbe avuto senso portarmelo dietro.
Sarebbe comunque sfiorito da lì a poche ore, al massimo qualche giorno.
Sul carro non c'era posto per cose come quella: papà voleva cose utili, non necessariamente belle, cose che avrebbe potuto rivendere e il fiore, sicuramente, non corrispondeva a questi criteri.
Portarmelo dietro sarebbe stato solo un impiccio.
Feci l'unica cosa che potevo fare, che avesse senso fare: lo raccolsi e lo posai, piano, davanti a me, in bilico contro il mucchio di sacchi e spazzatura sul marciapiede. dritto come fosse stato in un vaso, tutto il suo blu a spandermisi negli occhi, io, ferma immobile, non potendo far altro che guardarlo.
Rimasi a contemplarne il colore per qualche secondo, prima che papà mi gridasse di andare.
Poi me lo lasciai alle spalle, portando con me solo quel blu che ormai mi aveva colorato indelebilmente tutti i pensieri.
Per il resto della mia vita non ho potuto dimenticarmene.
Tutte le volte che ho incontrato qualcosa o qualcuno che mi ricordasse quel fiore non ho fatto altro che sedermicisi davanti e contemplarlo. Imprimermelo negli occhi, per non dimenticarlo, mai.
Se ci penso, a distanza di tanti anni, è l'unico gesto nella vita che mi abbia davvero salvato.
sabato 11 maggio 2013
the marriage
quindi, sveglia alle sei e mezza (che comunque è un'ora di sonno più del solito) e via, pronti per il matrimonio.
la sposa doveva arrivare alle otto e mezza.
è arrivata alle nove e dieci.
che io dico: va bene, i "qualche minuto di ritardo", ci stanno...ma 40 mi sembrano decisamente troppi...o no?
poi la benedizione degli sposi da parte della madre dello sposo (perché???) eccetera.
niente riso, alla fine.
la sposa doveva arrivare alle otto e mezza.
è arrivata alle nove e dieci.
che io dico: va bene, i "qualche minuto di ritardo", ci stanno...ma 40 mi sembrano decisamente troppi...o no?
poi la benedizione degli sposi da parte della madre dello sposo (perché???) eccetera.
niente riso, alla fine.
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vabbé
venerdì 10 maggio 2013
Volevo dire che domattina noi siamo invitate a un matrimonio.
e occhei, bello.
poi è sabato, va bene, tutto normale.
il problema è che la tizia in questione si sposa alle 8.30.
del mattino.
già.
un matrimonio-colazione, praticamente.
non chiedetemi perchè, ricordate: siamo in Colombia, la terra del non-sense.
l'idea che domattina devo svegliarmi alle sette per andare a un matrimonio mi sta uccidendo.
compatitemi, per favore.
e occhei, bello.
poi è sabato, va bene, tutto normale.
il problema è che la tizia in questione si sposa alle 8.30.
del mattino.
già.
un matrimonio-colazione, praticamente.
non chiedetemi perchè, ricordate: siamo in Colombia, la terra del non-sense.
l'idea che domattina devo svegliarmi alle sette per andare a un matrimonio mi sta uccidendo.
compatitemi, per favore.
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vabbé
martedì 7 maggio 2013
A.A.A. Anonimo svelasi
Unduetre...prova...a...a....
Mi sentite bene?
Perfetto.
Allora, carissimi 25 lettori, ho un piccolissimo avviso per voi.
Non sono un'esperta della rete, nè tanto meno una blogger professionista.
(Doverosa premessa)
Sono sempre molto emozionata e contenta quando qualcuno lascia un commento a qualcuno dei miei deliranti e talvolta assolutamente trascurabili post.
(Corpo del messaggio)
Ma nel 90% dei casi non so chi siete, nel senso che non vi firmate in alcun modo.
(Cuore del problema e motivo di questo post).
Poi è anche vero che spesso non vi rispondo, anche perché magari ho poco tempo.
(Excusatio non petita...)
Peró, in generale, se trovate il modo di farmi sapere chi siete, quando lasciate un commento, a me farebbe piacere.
(Suggerimento discreto).
Non è che necessariamente dobbiate mettere nome, cognome, ragione sociale, indirizzo, recapito telefonico e codice fiscale...
(Nel caso, però, eventualmente, allora, già che ci siete, se mi fornite anche il numero della carta di credito schifo non mi farebbe)
Potete anche usare un nickname, una perifrasi, un piccolo indovinello al termine del quale mi si illumini il viso di scoperta e allegra consapevolezza....
(Ammiccante simpatia volta a catturare la benevolenza del lettore)
Però, ecco, insomma, ho finito.
(Chiusura brusca e leggermente destabilizzante, così, giusto per dir qualcosa)
Mi sentite bene?
Perfetto.
Allora, carissimi 25 lettori, ho un piccolissimo avviso per voi.
Non sono un'esperta della rete, nè tanto meno una blogger professionista.
(Doverosa premessa)
Sono sempre molto emozionata e contenta quando qualcuno lascia un commento a qualcuno dei miei deliranti e talvolta assolutamente trascurabili post.
(Corpo del messaggio)
Ma nel 90% dei casi non so chi siete, nel senso che non vi firmate in alcun modo.
(Cuore del problema e motivo di questo post).
Poi è anche vero che spesso non vi rispondo, anche perché magari ho poco tempo.
(Excusatio non petita...)
Peró, in generale, se trovate il modo di farmi sapere chi siete, quando lasciate un commento, a me farebbe piacere.
(Suggerimento discreto).
Non è che necessariamente dobbiate mettere nome, cognome, ragione sociale, indirizzo, recapito telefonico e codice fiscale...
(Nel caso, però, eventualmente, allora, già che ci siete, se mi fornite anche il numero della carta di credito schifo non mi farebbe)
Potete anche usare un nickname, una perifrasi, un piccolo indovinello al termine del quale mi si illumini il viso di scoperta e allegra consapevolezza....
(Ammiccante simpatia volta a catturare la benevolenza del lettore)
Però, ecco, insomma, ho finito.
(Chiusura brusca e leggermente destabilizzante, così, giusto per dir qualcosa)
lunedì 6 maggio 2013
Rec.
Oh.
L'abbiamo fatto, alla fine, ieri.
Siamo andate con Lucio a casa di questo suo ex alunno, Pablo, e sua moglie, che hanno praticamente uno studio di registrazione in casa.
E niente.
Come potete vedere dalle foto qui sotto, tutto in piena regola: microfono professionale e tutto l'ambaradam.
È stato, nell'ordine: emozionante, figo, divertente, vergognoso, nuovo, istruttivo.
E niente, è venuta fuori anche carina, alla fine, la canzone.
Irene canta davvero bene.
Io ho fatto due seconde voci nel ritornello, da urlo.
Non so se vi rendete conto: da oggi c'è una canzone, incisa con strumenti professionali, che contiene la mia voce!
Roba da passare alla storia, eh.
L'abbiamo fatto, alla fine, ieri.
Siamo andate con Lucio a casa di questo suo ex alunno, Pablo, e sua moglie, che hanno praticamente uno studio di registrazione in casa.
E niente.
Come potete vedere dalle foto qui sotto, tutto in piena regola: microfono professionale e tutto l'ambaradam.
È stato, nell'ordine: emozionante, figo, divertente, vergognoso, nuovo, istruttivo.
E niente, è venuta fuori anche carina, alla fine, la canzone.
Irene canta davvero bene.
Io ho fatto due seconde voci nel ritornello, da urlo.
Non so se vi rendete conto: da oggi c'è una canzone, incisa con strumenti professionali, che contiene la mia voce!
Roba da passare alla storia, eh.
Etichette:
avrei voluto foste tutti qui con me,
buona invidia a tutti voi,
chevvelodicoaffare,
evvai,
in movimento,
music,
non si finisce mai di imparare,
porcamiseria,
rendetevi conto,
uao,
vabbé
domenica 5 maggio 2013
recording
oggi succederà una cosa piuttosto divertente.
o almeno, a me mi sembra divertente al limite del ridicolo.
comunque.
vi ricordate Lucio, il nostro amico musicista? quello che siamo andati a sentire al concerto l'altra sera?
ecco.
Lui fa il musicista.
e okkkei.
e ultimamente ha scritto delle canzoni.
e okkkei.
ora ha deciso di inciderle.
e okkkkei.
il fatto è che ha chiesto a me e irene di cantare una sua canzone per il suo cd.
????!!!!
che irene canta benissimo, vero.
ma io???!!!
vabbè, tra mezz'ora passa a prenderci e bòn.
andiamo in sala di registrazione.
io farò una seconda voce.
rendetevi conto.
ah. e no, nessuno di voi avrà mai la possibilità di sentirne neanche una nota. scordatevelo.
questa cosa fa riderissimo, a voi no?
o almeno, a me mi sembra divertente al limite del ridicolo.
comunque.
vi ricordate Lucio, il nostro amico musicista? quello che siamo andati a sentire al concerto l'altra sera?
ecco.
Lui fa il musicista.
e okkkei.
e ultimamente ha scritto delle canzoni.
e okkkei.
ora ha deciso di inciderle.
e okkkkei.
il fatto è che ha chiesto a me e irene di cantare una sua canzone per il suo cd.
????!!!!
che irene canta benissimo, vero.
ma io???!!!
vabbè, tra mezz'ora passa a prenderci e bòn.
andiamo in sala di registrazione.
io farò una seconda voce.
rendetevi conto.
ah. e no, nessuno di voi avrà mai la possibilità di sentirne neanche una nota. scordatevelo.
questa cosa fa riderissimo, a voi no?
mercoledì 1 maggio 2013
8 secondi
A Bogotà attraversare una strada equivale, la maggior parte delle volte, a un'avventura decisamente pericolosa.
L'idea è che devi cogliere il momento giusto, calcolare velocità e distanze in tempi rapidissimi e poi...rischiare.
Il fatto è che le macchine non si fermano. Mai. Nemmeno le moto. Nemmeno gli autobus. Nessuno, insomma.
La cosa è confermata da Luz Angela, una mia collega, che l'estate scorsa è venuta in Italia in vacanza e agli amici increduli raccontava: "ragazzi, l'italia è un altro mondo! ad esempio: se stai attraversando una strada e arriva una macchina...quella...si ferma e ti lascia passare!!!"
Quando attraverso una strada, qui, mi viene sempre in mente l'immagine di un libro illustrato che avevo da piccola che raccontava la storia del topo di campagna e del topo di città. In particolare il punto in cui il topo di campagna arriva in città e deve sostanzialmente trovare il modo di salvarsi la vita dagli sconosciuti e tremendi pericoli della strada.
Appunto.
Ieri sera, mentre tornavamo a casa, a uno degli incroci che attraversiamo sempre con un po' di apprensione e sperando di cavarcela anche quella volta, c'era appeso il seguente striscione (vedi foto).
traduco: "8 secondi di semaforo (sottinteso: verde, n.d.a.) non sono sufficienti per il pedone"
(li ho cronometrati e, a dir la verità, sono esattamente sette secondi e pochi decimi)
L'idea è che devi cogliere il momento giusto, calcolare velocità e distanze in tempi rapidissimi e poi...rischiare.
Il fatto è che le macchine non si fermano. Mai. Nemmeno le moto. Nemmeno gli autobus. Nessuno, insomma.
La cosa è confermata da Luz Angela, una mia collega, che l'estate scorsa è venuta in Italia in vacanza e agli amici increduli raccontava: "ragazzi, l'italia è un altro mondo! ad esempio: se stai attraversando una strada e arriva una macchina...quella...si ferma e ti lascia passare!!!"
Quando attraverso una strada, qui, mi viene sempre in mente l'immagine di un libro illustrato che avevo da piccola che raccontava la storia del topo di campagna e del topo di città. In particolare il punto in cui il topo di campagna arriva in città e deve sostanzialmente trovare il modo di salvarsi la vita dagli sconosciuti e tremendi pericoli della strada.
Appunto.
Ieri sera, mentre tornavamo a casa, a uno degli incroci che attraversiamo sempre con un po' di apprensione e sperando di cavarcela anche quella volta, c'era appeso il seguente striscione (vedi foto).
traduco: "8 secondi di semaforo (sottinteso: verde, n.d.a.) non sono sufficienti per il pedone"
(li ho cronometrati e, a dir la verità, sono esattamente sette secondi e pochi decimi)
non so chi l'abbia messo, ma ha tutta la mia approvazione e simpatia. se si fa una raccolta firme voglio essere la prima firmataria.
domenica 28 aprile 2013
para que?
In spagnolo ci sono queste due congiunzioni porqué e para que.
Di per sè corrispondono ai nostri: perchè e affinché. Anche se in realtà non è proprio così.
Cioè porquè indica una causa. Para que indica lo scopo, il "motivo finale" il vantaggio a cui si arriva facendo qualcosa.
Ora, ieri sera passando davanti al supermercato per andare a comprare la pizza e incontrando, come al solito, lungo la strada, una serie infinita di poveri e gamin ai bordi delle strade o la signora fuori dal supermercato, vestita di stracci, che vendeva fiori e borse per la spazzatura, così come davanti a tante cose che mi succedono o a tante situazioni piene di dolore che mi capita, più o meno da vicino, di incontrare, ho cominciato a intuire una cosa:
che spesso ci facciamo la domanda sbagliata.
Ci chiediamo porquè.
Cercando una risposta che difficilmente sarà possibile trovare e che non fa altro che sottolineare l'ingiustizia della situazione che ci troviamo a guardare, a volte tanto evidente e schiacciante.
mentre invece dovremmo chiederci: para que?
e cioè: dove porterà, questo dolore che vedo, questa ingiustizia a cui sono di fronte, questa fatica, questo problema?
dove mi porterà? a cosa mi servirà? cosa ci guadagnerò?
perché questa domanda, invece, apre lo sguardo e fa respirare.
e sempre, credo, ha una risposta.
anche quando ci vuole del tempo per trovarla.
Di per sè corrispondono ai nostri: perchè e affinché. Anche se in realtà non è proprio così.
Cioè porquè indica una causa. Para que indica lo scopo, il "motivo finale" il vantaggio a cui si arriva facendo qualcosa.
Ora, ieri sera passando davanti al supermercato per andare a comprare la pizza e incontrando, come al solito, lungo la strada, una serie infinita di poveri e gamin ai bordi delle strade o la signora fuori dal supermercato, vestita di stracci, che vendeva fiori e borse per la spazzatura, così come davanti a tante cose che mi succedono o a tante situazioni piene di dolore che mi capita, più o meno da vicino, di incontrare, ho cominciato a intuire una cosa:
che spesso ci facciamo la domanda sbagliata.
Ci chiediamo porquè.
Cercando una risposta che difficilmente sarà possibile trovare e che non fa altro che sottolineare l'ingiustizia della situazione che ci troviamo a guardare, a volte tanto evidente e schiacciante.
mentre invece dovremmo chiederci: para que?
e cioè: dove porterà, questo dolore che vedo, questa ingiustizia a cui sono di fronte, questa fatica, questo problema?
dove mi porterà? a cosa mi servirà? cosa ci guadagnerò?
perché questa domanda, invece, apre lo sguardo e fa respirare.
e sempre, credo, ha una risposta.
anche quando ci vuole del tempo per trovarla.
venerdì 26 aprile 2013
Dìa del idioma
In Colombia vanno pazzi per celebrazioni, rituali stufosi, cerimonie e via dicendo.
Oggi si celebrava il dìa del idioma, aka "giornata della lingua".
Due ore e mezza di premiazioni di concorsi letterari, alzabandiera, inni nazionali e via dicendo.
Con tanto di finale di gara di spelling in italiano, spagnolo e inglese.
Io tifavo per Sofia, una nanerottola colombiana di terza elementare che sapeva fare lo spelling, senza fare una piega, in italiano, di parole tipo: ottuagenario, parallelepipedo e stupefatto.
Però è arrivata seconda.
Uffa.
mercoledì 24 aprile 2013
fomi
ecco, vi presento il fomi (vedi foto qui sotto).
ora, il fomi in italia non esiste.
proprio, non esiste. o almeno: io non l'avevo mai visto. e dato che tutti sanno il mio amore per gli art attack e per i collezionismi insensati di qualsiasi materiale pseudoartistico e in qualche modo riciclabile...bhè, se non lo conosco io, ho ragionevoli motivi per affermare, con una certa sicumera che no, il fomi, in Italia, non esiste.
ora, è anche difficile spiegarvi cosa sia, dato che in Italia non esiste, anche perché immagino che dalla foto che ho allegato in realtà a voi non sembri per nulla differente da del normale cartone o cartoncino colorato e invece...bhè, invece non è così.
il fomi è il fomi: cioè una specie di panno-carta piuttosto denso, morbido, flessibile, resistente e reperibile in qualsiasi colore e in fogli di qualsiasi dimensione.
Qui lo usano soprattutto alle elementari per fare grandi, enormi, meraviglioserrimi art attack.
ho deciso che quando mi stufo di fare la professoressa e mi viene voglia di metter su un'impresa o qualcosa del genere diventerò importatrice e distributrice o, perché no, anche produttrice, di fomi in italia.
é la volta che faccio i soldi, credo.
ora, il fomi in italia non esiste.
proprio, non esiste. o almeno: io non l'avevo mai visto. e dato che tutti sanno il mio amore per gli art attack e per i collezionismi insensati di qualsiasi materiale pseudoartistico e in qualche modo riciclabile...bhè, se non lo conosco io, ho ragionevoli motivi per affermare, con una certa sicumera che no, il fomi, in Italia, non esiste.
ora, è anche difficile spiegarvi cosa sia, dato che in Italia non esiste, anche perché immagino che dalla foto che ho allegato in realtà a voi non sembri per nulla differente da del normale cartone o cartoncino colorato e invece...bhè, invece non è così.
il fomi è il fomi: cioè una specie di panno-carta piuttosto denso, morbido, flessibile, resistente e reperibile in qualsiasi colore e in fogli di qualsiasi dimensione.
Qui lo usano soprattutto alle elementari per fare grandi, enormi, meraviglioserrimi art attack.
ho deciso che quando mi stufo di fare la professoressa e mi viene voglia di metter su un'impresa o qualcosa del genere diventerò importatrice e distributrice o, perché no, anche produttrice, di fomi in italia.
é la volta che faccio i soldi, credo.
Etichette:
Bogotà,
chevvvelodicoafffare,
fare click,
Guardare con meraviglia,
il lavoro più bello del mondo,
non si finisce mai di imparare,
porca miseria,
potrei anche avere ragione,
rendetevi conto,
uao,
vabbé
martedì 23 aprile 2013
Una delle cose più grandi e incredibili che si imparano facendo il lavoro che faccio io, è che le cose sono per me, ma non sono mie.
Tutte, le cose.
Coi ragazzi è di un'evidenza clamorosa.
Che loro sono per me, mi sono in qualche modo regalati, la loro curiosità, il loro diventare grandi, scoprire se stessi e le cose, rispondere alle provocazioni, farsi domande, provare a dare risposte...tutto questo è per me, è un regalo, uno spettacolo incredibile a cui quotidianamente mi è data la grazia di poter assistere.
Ma non è mio.
Non posso decidere quasi niente, di loro, del rapporto con loro, di ciò che a loro accade, nè tanto meno la risposta che daranno alle proposte che gli faccio.
Sono per me, ma non sono miei.
Sembra una cosa facilissima, quasi banale e invece a me ci sono voluti anni solo per arrivare a pensare a questo concetto con una certa chiarezza, figurarsi quanto mi manca ancora per diventarne realmente consapevole.
Però, ecco, alla fin fine è una cosa liberante, questa. Che le cose, tutte le cose, siano per me ma non siano mie.
Liberante e grande.
Tutte, le cose.
Coi ragazzi è di un'evidenza clamorosa.
Che loro sono per me, mi sono in qualche modo regalati, la loro curiosità, il loro diventare grandi, scoprire se stessi e le cose, rispondere alle provocazioni, farsi domande, provare a dare risposte...tutto questo è per me, è un regalo, uno spettacolo incredibile a cui quotidianamente mi è data la grazia di poter assistere.
Ma non è mio.
Non posso decidere quasi niente, di loro, del rapporto con loro, di ciò che a loro accade, nè tanto meno la risposta che daranno alle proposte che gli faccio.
Sono per me, ma non sono miei.
Sembra una cosa facilissima, quasi banale e invece a me ci sono voluti anni solo per arrivare a pensare a questo concetto con una certa chiarezza, figurarsi quanto mi manca ancora per diventarne realmente consapevole.
Però, ecco, alla fin fine è una cosa liberante, questa. Che le cose, tutte le cose, siano per me ma non siano mie.
Liberante e grande.
sabato 13 aprile 2013
oggi è sabato, sì.
teoricamente niente scuola.
ma dato che i mostri di terza media sono in uno stato pietoso con le tesine per l'esame e il 4 giugno iniziano le danze (che sembra tanto ma invece è, tipo: dopodomani o quasi), allora Benny ha avuto la brillante idea di invitarli a studiare da noi (una ventina di mostri in tutto), qui sotto che c'è un salone coi tavoli e le sedie e si può studiare in tanti.
e quindi.
come potete vedere dalle prove fotografiche che ho prodotto e riportato al seguito, è stato uno splendido sabato di studio matto e disperatissimo.
ci si riposa solo dopo morti, diceva.
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Belalcazar Teusaquillo
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