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martedì 9 luglio 2013

click mancati e psicodrammi

stamattina siamo andate a fare un giro in centro, che ci ha accompagnato Jhon un collega colombiano che conosce bene il centro.

in centro non ci vai da sola.
e soprattutto è il caso di andarci con un colombiano.

in centro si va vestite il peggio possibile, senza gioelli e possibilmente senza cellulare.

se devi comprare qualcosa è meglio se ci vai con un colombiano, perché lui può contrattare e abbassare il prezzo.
agli stranieri li fregano solo con lo sguardo, anche se uno sta attento e tutto.

tutto questo è un peccato, perché il centro, di tutta Bogotà, è il luogo dove avrei fatto più volentieri un milione e mezzo di foto.

mi sono limitata a quelle qui sotto, fatte di nascosto e velocemente.

peccato davvero, ad ogni angolo c'era un possibile click....





poi, non aspettatevi regali e regalini stavolta, chè, come potete vedere dall'immagine qui sotto, siamo nel bel mezzo dello psicodramma da valigie...

lunedì 8 luglio 2013

patacones

oggi la mamma di Juli ci ha insegnato a fare i patacones.
ci hanno pure regalato questo specie di tagliere doppio che potete vedere nella foto qui sotto, che serve per spiaccicare il platano fritto, che poi lo si frigge un altra volta.

non so se si trovano i platanos verdi in Italia, nel caso vi prometto che vi invito tutti a cena e ve li preparo.
con tanto di guacamole (una delle salse che si fa con l'avocado per accompagnare i patacones)


giovedì 4 luglio 2013

Se fossi una regista, per esempio.

Ieri sera, che era già buio e stavamo andando a cena da Sandra e Luza e passavamo a prendere un dolce, a un certo punto mi sono trovata davanti a questa scena incredibile:

Un ragazzino, che avrà avuto 8 o 10 anni al massimo, in braghe corte e maglietta e un pallone da calcio. C'era il marciapiede di questa strada trafficatissima e tantissime persone che camminavano avanti e indietro e lui si metteva in un punto della strada, col pallone fermo sotto il piede destro, guardava dritto e poi via.
Cominciava a correre con il pallone tra i piedi dribblando tutte le persone che incontrava.
Arrivava alla fine della strada, si voltava, stava fermo tipo un minuto e poi ricominciava, affrontando nuovamente il dribbling estremo tra i passanti.

Una cosa di quelle che avrei voluto fotografare o filmare che, se, metti, facessi la regista, troverei sicuro il modo di metterla, una scena così, nel mio film.

Poi stamattina, che siamo uscite da scuola per andare in banca a sbrigare faccende, a un certo punto c'era questo giovanotto, sotto una casa, che fischiava e guardava in alto. E dopo, da una finestra, si è affacciata una ragazza coi capelli lunghissimi neri e un sorriso grande così. E anche lui ha sorriso, quando lei è apparsa.

Io vorrei fare la regista solo per poter mettere scene come queste nei miei film.

Allora poi ho pensato che questo mondo è proprio bello.
Ci sono cose, in questo mondo, che puoi vedere, che valgono proprio la pena di aprire gli occhi alla mattina.
Punto.

mercoledì 3 luglio 2013

I ❤ shopping?

C'è questo fatto, che ci penso da un po' ed è strano e non so bene come spiegarlo.

Cioè.
Io da quando sono qui praticamente non ho comprato quasi nulla.
Un paio di jeans, perché quelli che mi ero portata dall'Italia li ho distrutti.
Un paio di scarpe da tennis, per lo stesso motivo.
Un maglione e un vestito leggero, perché non ci stavano in valigia quando sono partita.
Un paio di orecchini.

Fine.
In un anno.

Voglio dire: non che io appartenga in maniera drastica al tipo di donna che fa shopping sfrenato e disperatissimo almeno una volta alla settimana.
Voglio dire: non ho mai avuto l'agiatezza economica per permettermelo e comunque, in Italia, mi capitava più spesso di spendere vagonate di soldi in maniera compulsiva più per i libri, che per vestiti o simili.

Però, insomma, la mia dose di shopping annuale e corse ai saldi me la sono sempre beccata anche io, con gusto e piacere, insomma.

Allora mi sono messa lì e ho provato a capirci qualcosa e i dati che ho raccolto sono i seguenti:

1. In Colombia la moda non esiste. Cioè: se cammini per strada e ti guardi in giro la gente è vestita veramente a caso e nei modi più assurdi e diversificati. Sia da un punto di vista climatico (trovi gente in infradito e canottiera accanto a persone col cappotto, per dire...e nello stesso giorno), sia da un punto di vista di "stile": si va dal gamin in stracci, alla donna in tacchi e tailleur, al ragazzino in uniforme scolastico, alla signora di mezza età in tuta...però, insomma, non è come a Milano, che ti basta salire in metropolitana, dare un colpo d'occhio per affermare, chessó, tipo: ah, quest'anno va il verde smeraldo.

2. Non esistono negozi. Cioè, tipo: se cammini per strada, in qualunque zona della città, è molto raro trovare negozi di abbigliamento. Ce ne sono pochissimi. O meglio, ci sono. Ma sono stipati tutti nei centri commerciali (numerosi). Però nelle vie e strade "normali", quelle per cui si cammina abitualmente, non ce ne sono proprio. Per cui, boh, non so, non ti viene in mente proprio.

3. Ai colombiani non gliene frega proprio niente di come sei vestito. O meglio. In generale hanno un gusto...diciamo...leggermente pacchiano, ecco. Cose leopardate, righe miste a colori improbabili, etc. Di per loro in realtà sono attentissimi all'aspetto fisico, su certe cose, per cui ad esempio, la manicure è un Must, anche per gli uomini, ad esempio. Ci sono parrucchieri ad ogni angolo di strada, le donne hanno una vera e propria ossessione per i tacchi 12....ma sull'abbigliamento in quanto tale...bhè, non gli interessa. O per lo meno, non ne parlano e non te lo fanno notare.

Poi, non so.

È che proprio non ne ho sentito il bisogno, chenneso.
Tutta una serie di cose per cui in Italia impazzivo, qui, hanno perso d'interesse.
Come se davvero, alla fine, ti ritrovi faccia a faccia con le tue esigenze vere.

Un caffè con un amico, o una mail che ti arriva dall'Italia, dopo averla aspettata a lungo, una telefonata via Skype, un invito a cena, una coinquilina che ti prepara il caffè la mattina...

Cose così, insomma, che da Zara non vendono.

lunedì 1 luglio 2013

Mariquita

allora siamo tornati, eh.
sani e salvi nonostante i serpenti e i ragni neri con le zampe gialle e grandi come una mano che decoravano la foresta in cui siamo andati a fare una passeggiata ieri mattina.

ovviamente io giravo cosparsa d'autan (quello apposta per le bestiacce tropicali) e avevo delle guardie del corpo (ho la fobia dei ragni. i serpenti, passino...ma i ragni non ce la faccio proprio, soprattutto se superano la misura legale).

comunque, come potete vedere dalle foto, caldo tropicale (che praticamente è sinonimo di mortale, perchè il tasso d'umidità è tipo del 110%), ma posto splendido: tanta tanta natura (anche troppa, per i miei gusti), cascate comprese.

poi nel posto in cui eravamo c'era, grazie a Dio la piscina.

ah, ovviamente in quei posti lì l'acqua calda non esiste.
cioè: tipo che entri nella doccia e c'è proprio una sola manopola, che serve a far uscire l'acqua punto.
fredda.

è che fa così caldo che l'acqua calda diventa (a parere della popolazione locale, quanto meno) fastidiosa e superflua.

no, bhe, ci siamo divertiti.

io sono stanca morta e mi aspetta un'altra settimana a scuola, con la solita simpatica sveglia alle cinque e mezzo del mattino.
ma a parte questo tutto bene.


venerdì 14 giugno 2013

Delle differenze culturali, lesson one.

A volte la cultura, o la mentalità di un popolo, si affaccia in cose minuscole, quasi impercettibili.
Non diresti nemmeno che siano cultura, e da un certo punto di vista è anche così.
Ma come insegna Tarantino (il Gran Maestro, poi vi spiego) non sono cose irrilevanti. Per niente.

Ad esempio.
Mi sono accorta che i miei amici colombiani se devono contare con le mani lo fanno diversamente da me.

Ho approfondito la questione e ho scoperto questo:

Noi europei (o per lo meno noi italiani), tendenzialmente, se dobbiamo contare da uno a cinque con una mano lo facciamo nel seguente modo:
(Segue servizio fotografico accuratamente preparato per l'occasione)

Sembrerà una sciocchezza, ma non funziona così in tutto il mondo.
I colombiani ad esempio contano così:
(Vi prego di notare le differenze: partono dall'indice e non dal pollice e - provare per credere- il due e il tre sono di una scomodità devastante)

Ma non è finita.
Ho scoperto che i gringos (che è la parola con cui i colombiani chiamano gli statunitensi) applicano un'ulteriore variante della questione: partono dal mignolo e poi via fino al pollice:


Son cose, mica no. E meritano a mio parere tutta la nostra attenzione.

Poi, per dire, sta cosa ad esempio un genio come Tarantino ha saputo trasformarla in un elemento decisivo della narrazione cinematografica:

In particolare in QUESTA SCENA

Un giorno scriverò un libro. Tratterà del valore semantico che hanno i gesti in relazione col contesto culturale in cui si inscrivono e il loro valore comunicativo.
Roba grossa.
Forse divento famosa.

lunedì 10 giugno 2013

Zipaquirà

Stamattina (qui oggi è vacanza, non chiedetemi perché: siamo in Colombia), motivo per il quale siamo andate a fare una gita.

a Zipaquirà, un pueblo a pochi km da Bogotà, dove c'è una miniera di sale in cui hanno costruito una gigantesca cattedrale, tutta scavata sotto la montagna.

a parte il fatto che i nomi di questi paesini (Zipaquirà, Tocancipà - dove poi siamo andate a mangiare una carne buonissima eccetera...) sono nomi che a me mi solleticano il sorriso, chè sono nomi indigeni, che, mi hanno detto, la "à" finale indica la parola "luogo", "posto", che dev'essere una cosa simile ai paesi nostri che in certe zone finiscono tutti con -ago o -ate (ho un vaghissimo ricordo di un esame all'università in cui avevo studiato 4 cose di toponomastica e mi pare di ricordare che fosse una faccenda legata alla dominazione longobarda...o franca...o tutt'eddue, ora non ricordo con precisione).

comunque, dicevo, a parte il nome di questi paesi, che è simpaticissimo, lo ribadisco, la cattedrale era bellissima.

e queste sono le prove:



domenica 9 giugno 2013

fotoracconto n.2 (un altro esperimento)



Come in quel racconto di Carver, che forse era una poesia in forma di racconto o un racconto in forma di poesia, insomma, uno di quelli, dove c’è lui che rimane chiuso fuori di casa e, tipo dal balcone o qualcosa del genere, guarda dentro, attraverso la finestra.
e quel che vede è la sedia e la scrivania e la macchina da scrivere, sopra. il suo disordine e l’ordine e le cose, gli oggetti e, forse, un posacenere.
o una bottiglia d’acqua, può darsi.
cose minuscole, come minuscola, in un certo senso, era la sua scrittura.
cose così.
e lei capiva, leggendolo, che della scrittura proprio, stava parlando, il vecchio Raymond.
di come scrivere sia rimanere chiusi fuori casa e, da fuori, potersi guardare.
lo capì in quel momento, guardando dalla finestra interna, che dava sul corridoio, il suo ufficio, chiuso, con le chiavi dentro e lei fuori.
il thermos di caffè sul tavolo, le sedie in fila, i libri impilati.
e quella sedia, lasciata vuota e scomposta, in mezzo alla stanza, girata dalla parte sbagliata.
come quando si riceve una notizia improvvisa e si esce di casa con un pentolino sul fuoco, le luci accese, le finestre aperte, per l’urgenza di un fatto che ci ha raggiunti impreparati.
e quel foglio, per terra, impertinente, a ricordarle le cose perdute a ogni angolo della sua vita.
ma, più di tutto, quello che la colpì fu la luce.
entrava dall’altra finestra,quella che dava sul cortile, sull’esterno.
ed era una luce decisamente sfacciata.
incurante dei suoi disordini e delle sue dimenticanze.
dell’allineamento maniacale delle cose.
incurante, perfino, della sua assenza di quel momento.
la luce inondava, sfacciata, tutta la stanza, occupando lo spazio lasciato irrimediabilmente disabitato da lei; scivolando sulla superficie liscia delle cose e dei mobili; irrompendo con forza dai vetri lasciati liberi dalla tenda che lei stessa, poche settimane prima, aveva deciso di arrotolare e legare in modo che non facesse impedimento.
quella luce, in un certo senso - pensò - la stava aspettando da tempo.
paziente, si era intrufolata ogni giorno per giorni, in quella stanza.
qualche volta le aveva scaldato la schiena, altre, semplicemente, l’aveva accompagnata silenziosa, senza mai ricevere un grazie e nemmeno un occhiata veloce di riconoscimento, nè un segno anche minimo di considerazione.
rimase a guardare qualche istante il pavimento lucido e il foglio a terra, nemmeno ricordava cosa fosse, o se fosse importante.
pensò che quella stanza le somigliava.
non per il disordine, e nemmeno per essere vuota, senza di lei, e irrimediabilmente chiusa. tutte cose che, per altro, si sentiva corrisponderle perfettamente, da molti mesi, ormai.
non era quello, che colse come segno di riconoscimento di sé.
ciò che più sentì esserle specchio era quella luce: immeritata e non richiesta. paziente e, soprattutto, estranea: veniva da fuori, gratis, non era niente che lei avesse predisposto.
eppure le scaldava il cuore - pensò - più di ogni altra cosa quella stanza contenesse.
quando si girò, per scendere alla ricerca di un passe-partout, raddrizzò impercettibilmente la schiena e sentì rischiarasi la fronte.
finchè c’è una luce che mi aspetta sfacciata - si disse, tra i pensieri - nessuna assenza potrà mai essere irrimediabile

giovedì 6 giugno 2013

Io comunque, che ormai son parecchi mesi che vivo qui, non ho mai (dico mai) visto un colombiano leggere un quotidiano.

Cioè, qui praticamente non esistono.

Nemmeno le edicole per strada, ad esempio.

Niente giornali.

Quando ho chiesto in giro l'unico nome che è saltato fuori è stato "el tiempo", che praticamente è IL quotidiano nazionale, potrebbe un po' essere tipo il nostro Corriere della sera, per dire.

E comunque non ho mai visto un colombiano con una copia di un quotidiano tra le mani, nemmeno nei bar.
Nemmeno sui mezzi pubblici.
Nemmeno nelle case degli amici.

Insomma, non so, devo rifletterci, su questa cosa.

Ma mi pare un fatto grave, in un qualche modo, grave, sí, ecco.

martedì 4 giugno 2013

Full metal jacket (cit.)

Se vai in giro per la città, a Bogotà, è pieno di militari: sui ponti, agli incroci, per le strade.
In uniforme e armati fino ai denti.

L'esercito è una realtà piuttosto presente.
Ed è un bene, nel senso che quando vedi un militare, in generale, sai di essere un po' più al sicuro.

Anche quando esci dalla città, ad esempio, non so, per la strada che si fa per andare al Llano, è pieno di soldati, che ogni cinque/dieci chilometri, ti guardano sorridenti dal bordo della strada e fanno il segno col pollice, come a dire: tuttok, vai tranquillo.

È rassicurante, d'accordo.
Ma per me, che non sono abituata, vivere in un paese in cui, per sentirti al sicuro, hai bisogno di vedere delle persone che impugnano un arma da fuoco..bhè, mi sembra evidente che questo non è il migliore dei mondi possibili.

lunedì 3 giugno 2013

o natura, natura (cit.)

Comunque il fatto è questo: appena esci da Bogotà, che pur essendo circondata dalle montagne (che è consigliabile non visitare, perché ci sono i guerriglieri...) è una metropoli gigantesca, ti ritrovi in mezzo a una natura che fa impressione.

cioè.
non so se riuscirò a spiegarmi.

ma l'impressione è che qui la natura sia più natura.
una specie di natura molto molto natura.
una natura potentissima.

gli alberi sono alberi-alberi.
i fiori sono fiori-fiori.
e i colori.
e le montagne.
e le pianure.
e tutto, insomma, andrebbe detto il nome per due volte di seguito, per rendere bene l'idea.

allora ho pensato ai primi che sono arrivati qui in sud America: gli spagnoli, i portoghesi e compagnia bella.

Come si devono essere sentiti, in mezzo a questo mare di natura-natura grandissima e imponente e con una forza dentro che quando la guardi dopo un po' quasi ti fa male agli occhi, tutta insieme così.

ho pensato che si devono essere sentiti davvero piccolissimi e inermi.

e che forse la violenza che (a volte) (purtroppo) (forse) hanno usato...bhè, in realtà era paura.
e senso di sproporzione.



venerdì 31 maggio 2013

Che quando sono andata in centro a cercare il regalo per Juli, siamo entrati in posti (ce n'erano a decine) pieni di cose così.

W il Sudamerica.



lunedì 27 maggio 2013

dei trucchi infingardissimi

qualche giorno fa hanno rubato il cellulare a chiara.

pieno giorno, a galerias, che è diciamo una zona commerciale vicina a casa.
era tipo un sabato o una domenica pomeriggio, tanta gente in giro.

funziona così:
le hanno tirato qualcosa addosso.
tipo qualcosa di abbastanza schifoso e puzzoso, sui capelli e sulla testa.
improvvisamente compare alla sua sinistra una signora gentilissima che le offre un fazzoletto e le chiede se ha bisogno di aiuto per pulirsi.
sorrisi e strette di mano.

quando chiara si allontana e infila la mano in tasca si accorge di non avere più il cellulare, ovviamente.

carini, eh, i colombiani.
(certi, ovviamente, mica tutti, eh, ovvio).

promemoria: se ti ritrovi qualcosa di schifoso e puzzoso tra i capelli non fermarti, non sorridere a nessuno, tira dritto e ci penserai a qualche isolato di distanza, a pulirti.
ovvio, se vivi a bogotà.

domenica 26 maggio 2013

dei racconti, a voce alta.

ieri pomeriggio poi siamo andate in centro, io, gggiulia e vicky.

vicky è la mia vicina di casa, una signora di bho, 40 anni o giù di lì, forse qualcuno in più, dato che ha un figlio, Richard, che è mio alunno ed è già in terza liceo.

comunque.
siamo andate in centro, chè, non mi ricordo se ve l'avevo detto, ma Juli, che ha la mamma che è protestante e il papà che crede negli alieni (giuro), quest'anno ha deciso di battezzarsi (nella chiesa cattolica) e mi ha chiesto di farle da madrina (un grande onore, la verità).
quindi sono andata a cercarle un regalo.

e in centro, soprattutto se devi comprare qualcosa, non è mica il caso di andare da soli.
meglio andare con un colombiano.

per cui grande Vicky mi ha accompagnato.

inoltre ci ha fatto fare un giro e ci ha fatto vedere e spiegato un sacco di cose.

una delle cose bellissime che ci ha mostrato è questa (vedi foto sotto, che non è granchè, ma, appunto, essendo in centro, non potevo tirar fuori il cellulare per fare foto molto liberamente...)

è una piazzetta, piccola e discreta.
e qui succede una cosa fantastica.
è un posto dove ci sono delle persone, giovani per lo più che, per tutto il tempo, sono lì nella piazza e raccontano storie.
inventate o di altri.

raccontano storie, tutto il tempo.
e la gente, li attorno, seduta, ad ascoltare.

ho pensato che questa è una cosa molto molto meravigliosa.
un posto dove c'è della gente che racconta storie e basta, nient altro.

meravigliosa punto.


martedì 14 maggio 2013

foto-racconto (un esperimento)

ieri, nel posto dove siamo andate a pranzo, sul marciapiede di fronte al ristorante, a un certo punto, è arrivata una bambina. era con suo padre (? credo), stavano su un carretto e ogni tanto si fermavano e raccoglievano cose dalla spazzatura, cosa che capita abbastanza di frequente di vedere, a Bogotà.

solo che questa bambina a un certo punto ha fatto questa cosa straordinaria che ho avuto la fortuna e la prontezza di fotografare all'istante.

ho pensato che una cosa così bella dovevo raccontarla.
e niente, ci ho provato.
qui, sotto la foto, ho messo una specie di racconto che bho, magari non è granchè, ma è la cosa che mi è venuta in mente mentre la guardavo.


Avevo sette anni, ancora me lo ricordo.
Papà mi costringeva a mettere il passamontagna e gli stivali della pioggia.
"Non si sa mai", diceva.

Io non capivo mai a cosa, esattamente, si riferisse.
Cos'era, che bisognava sapere e quando.

Uscivamo prestissimo nel mattino che era ancora notte e lui mi caricava di peso, con le sue braccia magre, sul carretto, davanti, accanto al posto del guidatore.
Poi andava a prendere Felipe, il nostro cavallo spellacchiato e triste, e partivamo.

La giornata era lunga e attraversata da tutte le stagioni.
Ogni pochi metri c'era da fermarsi, scendere e frugare nei sacchi e nei mucchi di immondizia ai bordi delle strade. Ogni tanto si trovavano cose buone, cose che caricavamo sul carretto, da riportare a don Jairo - papà lo chiamava così - da, rivendere contrattando il prezzo.

Ogni tanto trovavo qualcosa anche per me.
Ricordo una felpa rosa, bellissima, della mia misura, che davanti aveva il disegno di un sole grande con la faccia sorridente e dietro, invece, una scritta che non sapevo leggere ma aveva le lettere svolazzanti di allegria. aveva un buco in una manica, ma a me non importava, mi sembrava così bella che non la toglievo quasi mai.
Un'altra volta un braccialetto verde e giallo, di perline di legno. ne mancava qualcuna, ma era bellissimo lo stesso e lo mettevo solo in occasioni speciali, come a Natale o quando papà mi diceva che c'era qualcosa da festeggiare.

Quel giorno era tardi e faceva freddo e ancora non aveva piovuto, ma sarebbe successo presto.
nel quartiere in cui stavamo lavorando c'era in giro poca gente, forse perché era domenica o forse era l'orario del pranzo, a tenere la gente in casa.

Papà stava caricando sul carretto un tavolino di legno, a cui mancava una gamba, ma per il resto era ancora buono.
Io camminavo piano, in bilico sull'orlo del marciapiede, un piede davanti all'altro, come le ginnaste in televisione.

Non guardavo avanti, per non perdere l'equilibrio, ma mi fissavo la punta dei piedi, una alla volta, come procedevano dritti tenendomi sul bordo, a filo.

Quando lo vidi, la prima cosa che mi colpì, fu il colore: un blu fortissimo, faceva quasi male agli occhi, se lo fissavi intensamente, attraverso la carta trasparente che lo avvolgeva.

Era un fiore che avevo già visto una volta, credo, forse ero dalla nonna, in pianura, d'estate.
Mi aveva, mi pare di ricordare, anche detto il nome e raccontato una storia triste e lunghissima che ne spiegava l'origine e il significato. ora i nomi li ho dimenticati e la storia anche, ma quel colore era impossibile, da dimenticare, ti si inchiodava dritto dritto in fondo all'anima e da lì non sarebbe mai più stato possibile eliminarlo: sarebbe diventato l'elemento di paragone con tutte le cose blu che avrei visto nella vita da quel momento in poi. 
Il mare, io, ad esempio, ancora non l'avevo mai visto. Ma mi immaginavo che in certi punti, in certe ore del giorno, forse il mare avrebbe potuto, sì, essere di quel colore lì, accecante e senza fiato.

Persi quasi l'equilibrio, vedendolo, e dovetti scendere dal marciapiede.

Non so chi l'avesse lasciato, abbandonato lì, così nuovo e meraviglioso, in mezzo alla spazzatura.
Forse una fidanzata arrabbiata e risentita - avevo pensato.
O un marito, per ripicca.
Una cosa del genere, insomma. Quei gesti stupidi che a volte i grandi fanno e che agli occhi dei bambini sono tanto indecifrabili.

Improvvisamente, fissandolo per qualche secondo, ebbi, per la prima volta, un pensiero che poi, nella vita, tante volte, se ci ripenso, mi ha salvato.
Seppi, con certezza, che quel fiore non era lì per caso.
Era lì per me.
Perchè io potessi affogarci gli occhi, dentro quel blu perfetto.
E, che se l'avessi fatto, sarei stata salva, per sempre.

Per questo mi chinai piano e lo raccolsi.
Non avrebbe avuto senso portarmelo dietro. 
Sarebbe comunque sfiorito da lì a poche ore, al massimo qualche giorno.
Sul carro non c'era posto per cose come quella: papà voleva cose utili, non necessariamente belle, cose che avrebbe potuto rivendere e il fiore, sicuramente, non corrispondeva a questi criteri.
Portarmelo dietro sarebbe stato solo un impiccio.

Feci l'unica cosa che potevo fare, che avesse senso fare: lo raccolsi e lo posai, piano, davanti a me, in bilico contro il mucchio di sacchi e spazzatura sul marciapiede. dritto come fosse stato in un vaso, tutto il suo blu a spandermisi negli occhi, io, ferma immobile, non potendo far altro che guardarlo.

Rimasi a contemplarne il colore per qualche secondo, prima che papà mi gridasse di andare.
Poi me lo lasciai alle spalle, portando con me solo quel blu che ormai mi aveva colorato indelebilmente tutti i pensieri.

Per il resto della mia vita non ho potuto dimenticarmene.
Tutte le volte che ho incontrato qualcosa o qualcuno che mi ricordasse quel fiore non ho fatto altro che sedermicisi davanti e contemplarlo. Imprimermelo negli occhi, per non dimenticarlo, mai.

Se ci penso, a distanza di tanti anni, è l'unico gesto nella vita che mi abbia davvero salvato.




sabato 11 maggio 2013

the marriage

quindi, sveglia alle sei e mezza (che comunque è un'ora di sonno più del solito) e via, pronti per il matrimonio.

la sposa doveva arrivare alle otto e mezza.
è arrivata alle nove e dieci.

che io dico: va bene, i "qualche minuto di ritardo", ci stanno...ma 40 mi sembrano decisamente troppi...o no?

poi la benedizione degli sposi da parte della madre dello sposo (perché???) eccetera.

niente riso, alla fine.



giovedì 9 maggio 2013

Desde mi idioma se ve el mar

Mi ero dimenticata di dirvi una cosa bellissima, che ho visto quando sono andata alla fiera del libro.

Su una parete, grandissima, che non sono riuscita a fotografare, c'era questo murales con questa scritta:
"Desde mi idioma se ve el mar"

Che, tradotto (ma come insegna quel film meraviglioso che è Lost in traslation, è un peccato, tradurre, perché sempre, un po', traducendo, si tradisce - questa non è mia, è di Morgan...) sarebbe:

"Dalla mia lingua si vede il mare"

Non trovate sia una frase bellissima?

Mi ero dimenticata di dirvelo

mercoledì 8 maggio 2013

I bambini, in Colombia, non usano le cartelle, o gli zaini.

O meglio, sì che li usano, ma sono come quelli qui sotto, nella foto.
Degli specie di carrelli a mano o trolley, a me ricordano un sacco quelle sacche con le rotelle che usano in Italia le signore di una certa età per fare la spesa all'esselunga.

Detto questo: il vantaggio è prevenire le varie scoliosi e via dicendo.

Gli svantaggi sono:
- che si duplica lo spazio occupato da ogni bambino
- che, quando arrivano a scuola, prima di entrare in classe, i bambini usano le cartelle per giocare tipo alla lotta romana: partono da punti lontanissimi, con la cartella in resta, davanti a sè e poi giocano all'autoscontro. Niente paura: le cartelle sono indistruttibili...bhè, i bambini...un po' meno.

Nella foto non si vede, ma in genere ogni bambino, oltre al carrello-cartella-trolley, porta con sè anche una specie di piccola borsa di forma cubica che si chiama lonchera.
È un termine mutuato dall'inglese lounch (si scrive così?) che di fatto è una borsa in cui si mette il pranzo. Dovessimo tradurre il nome in italiano la chiameremmo porta-pranzo, credo.
È una cosa simpatica. Io me ne voglio comprare una.

martedì 30 aprile 2013

Ooo gloriaaaa inmarcesibleeee....

Da queste parti sono piuttosto nazionalisti.
o patriottici, forse sarebbe il caso di dire.

Nel senso che un colombiano, alla sua colòmbianità, ci tiene.
Soprattutto rispetto all'appartenenza ad altri paesi dell'America latina.

È che noi, in Europa, che siamo tanto lontani, ne facciamo di tutta un'erba un fascio ed è difficile immaginare la differenza tra un colombiano, un argentino, un messicano, un cileno, eccetera.

Invece in realtà le differenze ci sono e non sono da poco.
Nel bene e nel male.

Comunque.
Alla radio almeno due o tre volte al giorno, a radio unificate, tutte allo stesso orario, trasmettono l'inno nazionale.
È questo:
INNO NAZIONALE COLOMBIANO

Per cui capita che sei in taxi, c'è l'auto radio accesa e tu ti spari a millemila decibel l'inno della nazione.
È una cosa strana, che la prima volta che l'ho sentita pensavo fosse successo qualcosa o fosse una festa speciale o ci fosse una partita di calcio o qualcosa del genere.
Invece no, è normale.
Succede tutti i giorni.
A me è una cosa che un po' mi fa ridere, un po' mi colpisce e un po', boh, non so come spiegarlo, mi fa sentire come se fossi in un'altra epoca storica, per dire.

Mano sul cuore, grazie.

lunedì 22 aprile 2013

Hoy me quedo contigo.

La mattina, quando arrivamo a scuola (all'alba, vi pregherei di ricordare), quando arrivano tutti i ragazzi e bambini dalle rute, noi siam lì ad aspettare che suoni la campana e a controllare che, nel frattempo, non si uccidano fra loro, sostanzialmente...

Stamattina ero lì che li osservavo e Pablo, 4 o 5 anni e, credo 70 centimetri di altezza o poco più, mi si avvicina, mi abbraccia e mi dice, sorridente: "hola! Hoy me quedo contigo, sì?!" Che tradotto significa: ciao, io oggi voglio stare con te, va bene?

Volevo dirvi che mi sono commossa.
E che sarebbe così grande la vita e tanto più semplice, se fossimo più capaci, come un bambino di quattro anni, làddove riconosciamo la bellezza, una simpatia, qualcosa di grande per noi, di dire: io oggi voglio stare con te.
E farlo, davvero. E non rinunciarvi.

Come si riempirebbe, la vita, di cose grandi e meravigliose.