C'è questo fatto, che ci penso da un po' ed è strano e non so bene come spiegarlo.
Cioè.
Io da quando sono qui praticamente non ho comprato quasi nulla.
Un paio di jeans, perché quelli che mi ero portata dall'Italia li ho distrutti.
Un paio di scarpe da tennis, per lo stesso motivo.
Un maglione e un vestito leggero, perché non ci stavano in valigia quando sono partita.
Un paio di orecchini.
Fine.
In un anno.
Voglio dire: non che io appartenga in maniera drastica al tipo di donna che fa shopping sfrenato e disperatissimo almeno una volta alla settimana.
Voglio dire: non ho mai avuto l'agiatezza economica per permettermelo e comunque, in Italia, mi capitava più spesso di spendere vagonate di soldi in maniera compulsiva più per i libri, che per vestiti o simili.
Però, insomma, la mia dose di shopping annuale e corse ai saldi me la sono sempre beccata anche io, con gusto e piacere, insomma.
Allora mi sono messa lì e ho provato a capirci qualcosa e i dati che ho raccolto sono i seguenti:
1. In Colombia la moda non esiste. Cioè: se cammini per strada e ti guardi in giro la gente è vestita veramente a caso e nei modi più assurdi e diversificati. Sia da un punto di vista climatico (trovi gente in infradito e canottiera accanto a persone col cappotto, per dire...e nello stesso giorno), sia da un punto di vista di "stile": si va dal gamin in stracci, alla donna in tacchi e tailleur, al ragazzino in uniforme scolastico, alla signora di mezza età in tuta...però, insomma, non è come a Milano, che ti basta salire in metropolitana, dare un colpo d'occhio per affermare, chessó, tipo: ah, quest'anno va il verde smeraldo.
2. Non esistono negozi. Cioè, tipo: se cammini per strada, in qualunque zona della città, è molto raro trovare negozi di abbigliamento. Ce ne sono pochissimi. O meglio, ci sono. Ma sono stipati tutti nei centri commerciali (numerosi). Però nelle vie e strade "normali", quelle per cui si cammina abitualmente, non ce ne sono proprio. Per cui, boh, non so, non ti viene in mente proprio.
3. Ai colombiani non gliene frega proprio niente di come sei vestito. O meglio. In generale hanno un gusto...diciamo...leggermente pacchiano, ecco. Cose leopardate, righe miste a colori improbabili, etc. Di per loro in realtà sono attentissimi all'aspetto fisico, su certe cose, per cui ad esempio, la manicure è un Must, anche per gli uomini, ad esempio. Ci sono parrucchieri ad ogni angolo di strada, le donne hanno una vera e propria ossessione per i tacchi 12....ma sull'abbigliamento in quanto tale...bhè, non gli interessa. O per lo meno, non ne parlano e non te lo fanno notare.
Poi, non so.
È che proprio non ne ho sentito il bisogno, chenneso.
Tutta una serie di cose per cui in Italia impazzivo, qui, hanno perso d'interesse.
Come se davvero, alla fine, ti ritrovi faccia a faccia con le tue esigenze vere.
Un caffè con un amico, o una mail che ti arriva dall'Italia, dopo averla aspettata a lungo, una telefonata via Skype, un invito a cena, una coinquilina che ti prepara il caffè la mattina...
Cose così, insomma, che da Zara non vendono.
Visualizzazione post con etichetta cose che mi si impigliano nei pensieri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cose che mi si impigliano nei pensieri. Mostra tutti i post
mercoledì 3 luglio 2013
lunedì 17 giugno 2013
notte prima degli esami (cit.)
Se di lavoro fai la professoressa e alla fine dell'anno ti tocca fare la commissaria agli esami, questa è proprio una cosa bellissima.
cioè. è difficile, stancante, stressante e tutto il resto, certo, chi dice di no.
però è proprio bello.
innanzitutto perché ti ribalta tutto.
cioè, voglio dire: quei ragazzi lì, quelli contro i quali fino al giorno prima hai inveito, sbraitato, scagliato gomme. quelli che hai massacrato di insulti, arrabbiature, voti infami, note.
quelli che ti hanno dato del filo da torcere, che ti hanno deluso, stancato, stressato...
quellilì, insomma, che fino al giorno prima erano solo i tuoi alunni...
dal giorno che cominciano l'esame diventano tuoi e basta.
sono tuoi in un modo in cui lo erano anche prima, ma l'esame lo fa diventare evidente in un modo imbarazzante.
sono tuoi anche quelli che ti stanno antipatici, quelli che non hanno mai studiato, quelli che "potrebbero dare di più ma non si applicano", quelli che non stavano mai zitti, quelli che cercavano di fregarti, che non facevano i compiti, che copiavano nelle verifiche.
sono tuoi e basta, punto.
e tu ti ritrovi a fare il tifo per loro, per ciascuno.
ti ritrovi a girare tra i banchi alla ricerca di errori da correggere di nascosto dal presidente di commissione, di suggerimenti da dare, di sorrisi incoraggianti da sfoderare...
e quando si corregge ti ritrovi a valorizzare ogni virgola, ogni parola che anche solo minimamente abbia dentro un respiro buono, e tiri fuori dalla memoria gesti, episodi, fatti, anche minuscoli, a testimonianza del bene che sono, che c'è in loro, anche nel "peggiore" di loro, anche di quello che ti ha fatto penare fino al secondo prima. anzi, se è possibile, quellilì, i peggiori, sono ancora più tuoi degli altri.
insomma, è una cosa bella, questa, perchè è come se, finalmente, dopo tutto il tempo in cui li hai accompagnati, diventasse evidente lo scopo: non li hai accompagnati perché fossero perfetti, nemmeno perché fossero migliori e, tutto sommato, nemmeno (solo) perchè imparassero delle cose.
li hai accompagnati perchè ci sono, e sono stati affidati a te.
e questa è l'unica ragione sufficiente per volergli bene e sostenerli fino all'ultimo, al di là dei meriti.
e basta.
cioè. è difficile, stancante, stressante e tutto il resto, certo, chi dice di no.
però è proprio bello.
innanzitutto perché ti ribalta tutto.
cioè, voglio dire: quei ragazzi lì, quelli contro i quali fino al giorno prima hai inveito, sbraitato, scagliato gomme. quelli che hai massacrato di insulti, arrabbiature, voti infami, note.
quelli che ti hanno dato del filo da torcere, che ti hanno deluso, stancato, stressato...
quellilì, insomma, che fino al giorno prima erano solo i tuoi alunni...
dal giorno che cominciano l'esame diventano tuoi e basta.
sono tuoi in un modo in cui lo erano anche prima, ma l'esame lo fa diventare evidente in un modo imbarazzante.
sono tuoi anche quelli che ti stanno antipatici, quelli che non hanno mai studiato, quelli che "potrebbero dare di più ma non si applicano", quelli che non stavano mai zitti, quelli che cercavano di fregarti, che non facevano i compiti, che copiavano nelle verifiche.
sono tuoi e basta, punto.
e tu ti ritrovi a fare il tifo per loro, per ciascuno.
ti ritrovi a girare tra i banchi alla ricerca di errori da correggere di nascosto dal presidente di commissione, di suggerimenti da dare, di sorrisi incoraggianti da sfoderare...
e quando si corregge ti ritrovi a valorizzare ogni virgola, ogni parola che anche solo minimamente abbia dentro un respiro buono, e tiri fuori dalla memoria gesti, episodi, fatti, anche minuscoli, a testimonianza del bene che sono, che c'è in loro, anche nel "peggiore" di loro, anche di quello che ti ha fatto penare fino al secondo prima. anzi, se è possibile, quellilì, i peggiori, sono ancora più tuoi degli altri.
insomma, è una cosa bella, questa, perchè è come se, finalmente, dopo tutto il tempo in cui li hai accompagnati, diventasse evidente lo scopo: non li hai accompagnati perché fossero perfetti, nemmeno perché fossero migliori e, tutto sommato, nemmeno (solo) perchè imparassero delle cose.
li hai accompagnati perchè ci sono, e sono stati affidati a te.
e questa è l'unica ragione sufficiente per volergli bene e sostenerli fino all'ultimo, al di là dei meriti.
e basta.
domenica 9 giugno 2013
fotoracconto n.2 (un altro esperimento)
Come in quel racconto di Carver, che forse era una poesia in forma di racconto o un racconto in forma di poesia, insomma, uno di quelli, dove c’è lui che rimane chiuso fuori di casa e, tipo dal balcone o qualcosa del genere, guarda dentro, attraverso la finestra.
e quel che vede è la sedia e la scrivania e la macchina da scrivere, sopra. il suo disordine e l’ordine e le cose, gli oggetti e, forse, un posacenere.
o una bottiglia d’acqua, può darsi.
cose minuscole, come minuscola, in un certo senso, era la sua scrittura.
cose così.
e quel che vede è la sedia e la scrivania e la macchina da scrivere, sopra. il suo disordine e l’ordine e le cose, gli oggetti e, forse, un posacenere.
o una bottiglia d’acqua, può darsi.
cose minuscole, come minuscola, in un certo senso, era la sua scrittura.
cose così.
e lei capiva, leggendolo, che della scrittura proprio, stava parlando, il vecchio Raymond.
di come scrivere sia rimanere chiusi fuori casa e, da fuori, potersi guardare.
di come scrivere sia rimanere chiusi fuori casa e, da fuori, potersi guardare.
lo capì in quel momento, guardando dalla finestra interna, che dava sul corridoio, il suo ufficio, chiuso, con le chiavi dentro e lei fuori.
il thermos di caffè sul tavolo, le sedie in fila, i libri impilati.
il thermos di caffè sul tavolo, le sedie in fila, i libri impilati.
e quella sedia, lasciata vuota e scomposta, in mezzo alla stanza, girata dalla parte sbagliata.
come quando si riceve una notizia improvvisa e si esce di casa con un pentolino sul fuoco, le luci accese, le finestre aperte, per l’urgenza di un fatto che ci ha raggiunti impreparati.
come quando si riceve una notizia improvvisa e si esce di casa con un pentolino sul fuoco, le luci accese, le finestre aperte, per l’urgenza di un fatto che ci ha raggiunti impreparati.
e quel foglio, per terra, impertinente, a ricordarle le cose perdute a ogni angolo della sua vita.
ma, più di tutto, quello che la colpì fu la luce.
entrava dall’altra finestra,quella che dava sul cortile, sull’esterno.
ed era una luce decisamente sfacciata.
entrava dall’altra finestra,quella che dava sul cortile, sull’esterno.
ed era una luce decisamente sfacciata.
incurante dei suoi disordini e delle sue dimenticanze.
dell’allineamento maniacale delle cose.
incurante, perfino, della sua assenza di quel momento.
dell’allineamento maniacale delle cose.
incurante, perfino, della sua assenza di quel momento.
la luce inondava, sfacciata, tutta la stanza, occupando lo spazio lasciato irrimediabilmente disabitato da lei; scivolando sulla superficie liscia delle cose e dei mobili; irrompendo con forza dai vetri lasciati liberi dalla tenda che lei stessa, poche settimane prima, aveva deciso di arrotolare e legare in modo che non facesse impedimento.
quella luce, in un certo senso - pensò - la stava aspettando da tempo.
paziente, si era intrufolata ogni giorno per giorni, in quella stanza.
qualche volta le aveva scaldato la schiena, altre, semplicemente, l’aveva accompagnata silenziosa, senza mai ricevere un grazie e nemmeno un occhiata veloce di riconoscimento, nè un segno anche minimo di considerazione.
paziente, si era intrufolata ogni giorno per giorni, in quella stanza.
qualche volta le aveva scaldato la schiena, altre, semplicemente, l’aveva accompagnata silenziosa, senza mai ricevere un grazie e nemmeno un occhiata veloce di riconoscimento, nè un segno anche minimo di considerazione.
rimase a guardare qualche istante il pavimento lucido e il foglio a terra, nemmeno ricordava cosa fosse, o se fosse importante.
pensò che quella stanza le somigliava.
non per il disordine, e nemmeno per essere vuota, senza di lei, e irrimediabilmente chiusa. tutte cose che, per altro, si sentiva corrisponderle perfettamente, da molti mesi, ormai.
non era quello, che colse come segno di riconoscimento di sé.
pensò che quella stanza le somigliava.
non per il disordine, e nemmeno per essere vuota, senza di lei, e irrimediabilmente chiusa. tutte cose che, per altro, si sentiva corrisponderle perfettamente, da molti mesi, ormai.
non era quello, che colse come segno di riconoscimento di sé.
ciò che più sentì esserle specchio era quella luce: immeritata e non richiesta. paziente e, soprattutto, estranea: veniva da fuori, gratis, non era niente che lei avesse predisposto.
eppure le scaldava il cuore - pensò - più di ogni altra cosa quella stanza contenesse.
eppure le scaldava il cuore - pensò - più di ogni altra cosa quella stanza contenesse.
quando si girò, per scendere alla ricerca di un passe-partout, raddrizzò impercettibilmente la schiena e sentì rischiarasi la fronte.
finchè c’è una luce che mi aspetta sfacciata - si disse, tra i pensieri - nessuna assenza potrà mai essere irrimediabile
mercoledì 5 giugno 2013
Per la cronaca
Si avvicina l'esame di terza media (che, per la cronaca, inizia il 15 giugno, che, per la cronaca, è un sabato e dunque teoricamente sarebbe festivo e che per di più, per la cronaca, è pure il giorno del mio compleanno).
In questi giorni sono dunque sommersa di tesine da correggere e stiamo facendo il ripasso.
Non c'è giorno che passa in cui, nel fare questo, non mi vengano in mente i miei studenti italiani, di quinta, che si stanno apprestando ad affrontare la maturità e che, se non fossi venuta qui, avrei potuto accompagnare da vicino e invece no, mi tocca guardarli da lontano.
E mi sorprende scoprire il bene vero che posso volere a qualcuno così da lontano, senza fare assolutamente nulla di concreto, apparentemente, per lui.
Mi sorprende vedere come il bene che voglio a chi è lontano intensifichi e renda più vero il bene per quelli che invece ho a fianco tutti i giorni.
E viceversa.
È proprio una cosa dell'altro mondo, questa.
In questi giorni sono dunque sommersa di tesine da correggere e stiamo facendo il ripasso.
Non c'è giorno che passa in cui, nel fare questo, non mi vengano in mente i miei studenti italiani, di quinta, che si stanno apprestando ad affrontare la maturità e che, se non fossi venuta qui, avrei potuto accompagnare da vicino e invece no, mi tocca guardarli da lontano.
E mi sorprende scoprire il bene vero che posso volere a qualcuno così da lontano, senza fare assolutamente nulla di concreto, apparentemente, per lui.
Mi sorprende vedere come il bene che voglio a chi è lontano intensifichi e renda più vero il bene per quelli che invece ho a fianco tutti i giorni.
E viceversa.
È proprio una cosa dell'altro mondo, questa.
martedì 14 maggio 2013
foto-racconto (un esperimento)
ieri, nel posto dove siamo andate a pranzo, sul marciapiede di fronte al ristorante, a un certo punto, è arrivata una bambina. era con suo padre (? credo), stavano su un carretto e ogni tanto si fermavano e raccoglievano cose dalla spazzatura, cosa che capita abbastanza di frequente di vedere, a Bogotà.
solo che questa bambina a un certo punto ha fatto questa cosa straordinaria che ho avuto la fortuna e la prontezza di fotografare all'istante.
ho pensato che una cosa così bella dovevo raccontarla.
e niente, ci ho provato.
qui, sotto la foto, ho messo una specie di racconto che bho, magari non è granchè, ma è la cosa che mi è venuta in mente mentre la guardavo.
solo che questa bambina a un certo punto ha fatto questa cosa straordinaria che ho avuto la fortuna e la prontezza di fotografare all'istante.
ho pensato che una cosa così bella dovevo raccontarla.
e niente, ci ho provato.
qui, sotto la foto, ho messo una specie di racconto che bho, magari non è granchè, ma è la cosa che mi è venuta in mente mentre la guardavo.
Avevo sette anni, ancora me lo ricordo.
Papà mi costringeva a mettere il passamontagna e gli stivali della pioggia.
"Non si sa mai", diceva.
Io non capivo mai a cosa, esattamente, si riferisse.
Cos'era, che bisognava sapere e quando.
Uscivamo prestissimo nel mattino che era ancora notte e lui mi caricava di peso, con le sue braccia magre, sul carretto, davanti, accanto al posto del guidatore.
Poi andava a prendere Felipe, il nostro cavallo spellacchiato e triste, e partivamo.
La giornata era lunga e attraversata da tutte le stagioni.
Ogni pochi metri c'era da fermarsi, scendere e frugare nei sacchi e nei mucchi di immondizia ai bordi delle strade. Ogni tanto si trovavano cose buone, cose che caricavamo sul carretto, da riportare a don Jairo - papà lo chiamava così - da, rivendere contrattando il prezzo.
Ogni tanto trovavo qualcosa anche per me.
Ricordo una felpa rosa, bellissima, della mia misura, che davanti aveva il disegno di un sole grande con la faccia sorridente e dietro, invece, una scritta che non sapevo leggere ma aveva le lettere svolazzanti di allegria. aveva un buco in una manica, ma a me non importava, mi sembrava così bella che non la toglievo quasi mai.
Un'altra volta un braccialetto verde e giallo, di perline di legno. ne mancava qualcuna, ma era bellissimo lo stesso e lo mettevo solo in occasioni speciali, come a Natale o quando papà mi diceva che c'era qualcosa da festeggiare.
Quel giorno era tardi e faceva freddo e ancora non aveva piovuto, ma sarebbe successo presto.
nel quartiere in cui stavamo lavorando c'era in giro poca gente, forse perché era domenica o forse era l'orario del pranzo, a tenere la gente in casa.
Papà stava caricando sul carretto un tavolino di legno, a cui mancava una gamba, ma per il resto era ancora buono.
Io camminavo piano, in bilico sull'orlo del marciapiede, un piede davanti all'altro, come le ginnaste in televisione.
Non guardavo avanti, per non perdere l'equilibrio, ma mi fissavo la punta dei piedi, una alla volta, come procedevano dritti tenendomi sul bordo, a filo.
Quando lo vidi, la prima cosa che mi colpì, fu il colore: un blu fortissimo, faceva quasi male agli occhi, se lo fissavi intensamente, attraverso la carta trasparente che lo avvolgeva.
Era un fiore che avevo già visto una volta, credo, forse ero dalla nonna, in pianura, d'estate.
Mi aveva, mi pare di ricordare, anche detto il nome e raccontato una storia triste e lunghissima che ne spiegava l'origine e il significato. ora i nomi li ho dimenticati e la storia anche, ma quel colore era impossibile, da dimenticare, ti si inchiodava dritto dritto in fondo all'anima e da lì non sarebbe mai più stato possibile eliminarlo: sarebbe diventato l'elemento di paragone con tutte le cose blu che avrei visto nella vita da quel momento in poi.
Il mare, io, ad esempio, ancora non l'avevo mai visto. Ma mi immaginavo che in certi punti, in certe ore del giorno, forse il mare avrebbe potuto, sì, essere di quel colore lì, accecante e senza fiato.
Persi quasi l'equilibrio, vedendolo, e dovetti scendere dal marciapiede.
Non so chi l'avesse lasciato, abbandonato lì, così nuovo e meraviglioso, in mezzo alla spazzatura.
Forse una fidanzata arrabbiata e risentita - avevo pensato.
O un marito, per ripicca.
Una cosa del genere, insomma. Quei gesti stupidi che a volte i grandi fanno e che agli occhi dei bambini sono tanto indecifrabili.
Improvvisamente, fissandolo per qualche secondo, ebbi, per la prima volta, un pensiero che poi, nella vita, tante volte, se ci ripenso, mi ha salvato.
Seppi, con certezza, che quel fiore non era lì per caso.
Era lì per me.
Perchè io potessi affogarci gli occhi, dentro quel blu perfetto.
E, che se l'avessi fatto, sarei stata salva, per sempre.
Per questo mi chinai piano e lo raccolsi.
Non avrebbe avuto senso portarmelo dietro.
Sarebbe comunque sfiorito da lì a poche ore, al massimo qualche giorno.
Sul carro non c'era posto per cose come quella: papà voleva cose utili, non necessariamente belle, cose che avrebbe potuto rivendere e il fiore, sicuramente, non corrispondeva a questi criteri.
Portarmelo dietro sarebbe stato solo un impiccio.
Feci l'unica cosa che potevo fare, che avesse senso fare: lo raccolsi e lo posai, piano, davanti a me, in bilico contro il mucchio di sacchi e spazzatura sul marciapiede. dritto come fosse stato in un vaso, tutto il suo blu a spandermisi negli occhi, io, ferma immobile, non potendo far altro che guardarlo.
Rimasi a contemplarne il colore per qualche secondo, prima che papà mi gridasse di andare.
Poi me lo lasciai alle spalle, portando con me solo quel blu che ormai mi aveva colorato indelebilmente tutti i pensieri.
Per il resto della mia vita non ho potuto dimenticarmene.
Tutte le volte che ho incontrato qualcosa o qualcuno che mi ricordasse quel fiore non ho fatto altro che sedermicisi davanti e contemplarlo. Imprimermelo negli occhi, per non dimenticarlo, mai.
Se ci penso, a distanza di tanti anni, è l'unico gesto nella vita che mi abbia davvero salvato.
martedì 7 maggio 2013
A.A.A. Anonimo svelasi
Unduetre...prova...a...a....
Mi sentite bene?
Perfetto.
Allora, carissimi 25 lettori, ho un piccolissimo avviso per voi.
Non sono un'esperta della rete, nè tanto meno una blogger professionista.
(Doverosa premessa)
Sono sempre molto emozionata e contenta quando qualcuno lascia un commento a qualcuno dei miei deliranti e talvolta assolutamente trascurabili post.
(Corpo del messaggio)
Ma nel 90% dei casi non so chi siete, nel senso che non vi firmate in alcun modo.
(Cuore del problema e motivo di questo post).
Poi è anche vero che spesso non vi rispondo, anche perché magari ho poco tempo.
(Excusatio non petita...)
Peró, in generale, se trovate il modo di farmi sapere chi siete, quando lasciate un commento, a me farebbe piacere.
(Suggerimento discreto).
Non è che necessariamente dobbiate mettere nome, cognome, ragione sociale, indirizzo, recapito telefonico e codice fiscale...
(Nel caso, però, eventualmente, allora, già che ci siete, se mi fornite anche il numero della carta di credito schifo non mi farebbe)
Potete anche usare un nickname, una perifrasi, un piccolo indovinello al termine del quale mi si illumini il viso di scoperta e allegra consapevolezza....
(Ammiccante simpatia volta a catturare la benevolenza del lettore)
Però, ecco, insomma, ho finito.
(Chiusura brusca e leggermente destabilizzante, così, giusto per dir qualcosa)
Mi sentite bene?
Perfetto.
Allora, carissimi 25 lettori, ho un piccolissimo avviso per voi.
Non sono un'esperta della rete, nè tanto meno una blogger professionista.
(Doverosa premessa)
Sono sempre molto emozionata e contenta quando qualcuno lascia un commento a qualcuno dei miei deliranti e talvolta assolutamente trascurabili post.
(Corpo del messaggio)
Ma nel 90% dei casi non so chi siete, nel senso che non vi firmate in alcun modo.
(Cuore del problema e motivo di questo post).
Poi è anche vero che spesso non vi rispondo, anche perché magari ho poco tempo.
(Excusatio non petita...)
Peró, in generale, se trovate il modo di farmi sapere chi siete, quando lasciate un commento, a me farebbe piacere.
(Suggerimento discreto).
Non è che necessariamente dobbiate mettere nome, cognome, ragione sociale, indirizzo, recapito telefonico e codice fiscale...
(Nel caso, però, eventualmente, allora, già che ci siete, se mi fornite anche il numero della carta di credito schifo non mi farebbe)
Potete anche usare un nickname, una perifrasi, un piccolo indovinello al termine del quale mi si illumini il viso di scoperta e allegra consapevolezza....
(Ammiccante simpatia volta a catturare la benevolenza del lettore)
Però, ecco, insomma, ho finito.
(Chiusura brusca e leggermente destabilizzante, così, giusto per dir qualcosa)
domenica 28 aprile 2013
para que?
In spagnolo ci sono queste due congiunzioni porqué e para que.
Di per sè corrispondono ai nostri: perchè e affinché. Anche se in realtà non è proprio così.
Cioè porquè indica una causa. Para que indica lo scopo, il "motivo finale" il vantaggio a cui si arriva facendo qualcosa.
Ora, ieri sera passando davanti al supermercato per andare a comprare la pizza e incontrando, come al solito, lungo la strada, una serie infinita di poveri e gamin ai bordi delle strade o la signora fuori dal supermercato, vestita di stracci, che vendeva fiori e borse per la spazzatura, così come davanti a tante cose che mi succedono o a tante situazioni piene di dolore che mi capita, più o meno da vicino, di incontrare, ho cominciato a intuire una cosa:
che spesso ci facciamo la domanda sbagliata.
Ci chiediamo porquè.
Cercando una risposta che difficilmente sarà possibile trovare e che non fa altro che sottolineare l'ingiustizia della situazione che ci troviamo a guardare, a volte tanto evidente e schiacciante.
mentre invece dovremmo chiederci: para que?
e cioè: dove porterà, questo dolore che vedo, questa ingiustizia a cui sono di fronte, questa fatica, questo problema?
dove mi porterà? a cosa mi servirà? cosa ci guadagnerò?
perché questa domanda, invece, apre lo sguardo e fa respirare.
e sempre, credo, ha una risposta.
anche quando ci vuole del tempo per trovarla.
Di per sè corrispondono ai nostri: perchè e affinché. Anche se in realtà non è proprio così.
Cioè porquè indica una causa. Para que indica lo scopo, il "motivo finale" il vantaggio a cui si arriva facendo qualcosa.
Ora, ieri sera passando davanti al supermercato per andare a comprare la pizza e incontrando, come al solito, lungo la strada, una serie infinita di poveri e gamin ai bordi delle strade o la signora fuori dal supermercato, vestita di stracci, che vendeva fiori e borse per la spazzatura, così come davanti a tante cose che mi succedono o a tante situazioni piene di dolore che mi capita, più o meno da vicino, di incontrare, ho cominciato a intuire una cosa:
che spesso ci facciamo la domanda sbagliata.
Ci chiediamo porquè.
Cercando una risposta che difficilmente sarà possibile trovare e che non fa altro che sottolineare l'ingiustizia della situazione che ci troviamo a guardare, a volte tanto evidente e schiacciante.
mentre invece dovremmo chiederci: para que?
e cioè: dove porterà, questo dolore che vedo, questa ingiustizia a cui sono di fronte, questa fatica, questo problema?
dove mi porterà? a cosa mi servirà? cosa ci guadagnerò?
perché questa domanda, invece, apre lo sguardo e fa respirare.
e sempre, credo, ha una risposta.
anche quando ci vuole del tempo per trovarla.
martedì 23 aprile 2013
Una delle cose più grandi e incredibili che si imparano facendo il lavoro che faccio io, è che le cose sono per me, ma non sono mie.
Tutte, le cose.
Coi ragazzi è di un'evidenza clamorosa.
Che loro sono per me, mi sono in qualche modo regalati, la loro curiosità, il loro diventare grandi, scoprire se stessi e le cose, rispondere alle provocazioni, farsi domande, provare a dare risposte...tutto questo è per me, è un regalo, uno spettacolo incredibile a cui quotidianamente mi è data la grazia di poter assistere.
Ma non è mio.
Non posso decidere quasi niente, di loro, del rapporto con loro, di ciò che a loro accade, nè tanto meno la risposta che daranno alle proposte che gli faccio.
Sono per me, ma non sono miei.
Sembra una cosa facilissima, quasi banale e invece a me ci sono voluti anni solo per arrivare a pensare a questo concetto con una certa chiarezza, figurarsi quanto mi manca ancora per diventarne realmente consapevole.
Però, ecco, alla fin fine è una cosa liberante, questa. Che le cose, tutte le cose, siano per me ma non siano mie.
Liberante e grande.
Tutte, le cose.
Coi ragazzi è di un'evidenza clamorosa.
Che loro sono per me, mi sono in qualche modo regalati, la loro curiosità, il loro diventare grandi, scoprire se stessi e le cose, rispondere alle provocazioni, farsi domande, provare a dare risposte...tutto questo è per me, è un regalo, uno spettacolo incredibile a cui quotidianamente mi è data la grazia di poter assistere.
Ma non è mio.
Non posso decidere quasi niente, di loro, del rapporto con loro, di ciò che a loro accade, nè tanto meno la risposta che daranno alle proposte che gli faccio.
Sono per me, ma non sono miei.
Sembra una cosa facilissima, quasi banale e invece a me ci sono voluti anni solo per arrivare a pensare a questo concetto con una certa chiarezza, figurarsi quanto mi manca ancora per diventarne realmente consapevole.
Però, ecco, alla fin fine è una cosa liberante, questa. Che le cose, tutte le cose, siano per me ma non siano mie.
Liberante e grande.
lunedì 22 aprile 2013
Hoy me quedo contigo.
La mattina, quando arrivamo a scuola (all'alba, vi pregherei di ricordare), quando arrivano tutti i ragazzi e bambini dalle rute, noi siam lì ad aspettare che suoni la campana e a controllare che, nel frattempo, non si uccidano fra loro, sostanzialmente...
Stamattina ero lì che li osservavo e Pablo, 4 o 5 anni e, credo 70 centimetri di altezza o poco più, mi si avvicina, mi abbraccia e mi dice, sorridente: "hola! Hoy me quedo contigo, sì?!" Che tradotto significa: ciao, io oggi voglio stare con te, va bene?
Volevo dirvi che mi sono commossa.
E che sarebbe così grande la vita e tanto più semplice, se fossimo più capaci, come un bambino di quattro anni, làddove riconosciamo la bellezza, una simpatia, qualcosa di grande per noi, di dire: io oggi voglio stare con te.
E farlo, davvero. E non rinunciarvi.
Come si riempirebbe, la vita, di cose grandi e meravigliose.
Stamattina ero lì che li osservavo e Pablo, 4 o 5 anni e, credo 70 centimetri di altezza o poco più, mi si avvicina, mi abbraccia e mi dice, sorridente: "hola! Hoy me quedo contigo, sì?!" Che tradotto significa: ciao, io oggi voglio stare con te, va bene?
Volevo dirvi che mi sono commossa.
E che sarebbe così grande la vita e tanto più semplice, se fossimo più capaci, come un bambino di quattro anni, làddove riconosciamo la bellezza, una simpatia, qualcosa di grande per noi, di dire: io oggi voglio stare con te.
E farlo, davvero. E non rinunciarvi.
Come si riempirebbe, la vita, di cose grandi e meravigliose.
giovedì 11 aprile 2013
Where the streets have no name (cit.)
Le strade, a Bogotà come in tutto il continente americano, credo, non hanno nome.
Hanno numeri.
La settima, la novena, la 116 eccetera.
In realtà è un sistema piuttosto intelligente.
La città è divisa in due: la parte verso sud e la parte verso nord.
Dalla strada centrale le strade sono numerate progressivamente, in maniera parallela: c'è la prima, la seconda, la terza, la quarta e così via "hacia el northe" o "hacia el sur" (verso nord o verso sud).
Le strade grandi si chiamano "carreras", che più o meno corrisponde alla nostra "via", quelle più piccole, che incrociano le carreras, sono le "calles" che più o meno equivalgono al nostro termine "strada", o forse è il contrario, non ho ben capito.
Per cui quando tu devi andare in un posto o devi dare un indirizzo, l'indicazione è sempre l'intersezione tra due strade. Ad esempio: io abito nella "carrera 27 con 45, hacia el northe".
Questa cosa ha un grande vantaggio: quello di (più o meno, perché in realtà poi ovviamente il sistema è un po' più complesso di così) sapere sempre dove ti trovi e, soprattutto, se sei vicino o lontano rispetto a un altro luogo.
Cioè, se un amico mi dice: vienimi a trovare, abito nella "45 con 23", io so che non è molto lontano da casa mia. Mentre se dovesse dirmi: abito dalle parti della 116, so che minimo minimo mi aspetta una mezz'ora o anche più, in taxi...
È comodo, insomma.
È un sistema intelligente, ecco.
A volte penso che sarebbe tanto comodo se ci fosse un sistema simile per capire quanto lontano o vicino sei rispetto alle persone.
Non so, ad esempio, se stamattina William, al posto di farmi dannare tutta l'ora, avesse potuto dirmi: "prof, stamattina se lei si trova nella settima, guardi, io sto almeno alla 75", io subito avrei potuto capire che avevo tanta tanta strada, da fare, per arrivare là dov'era il suo cuore e andare a trovarlo.
Invece mi è toccato sbraitare per un'ora e mezza.
E alla fine, secondo me, non sono arrivata nemmeno alla 30.
Mi sa che William è ancora là che mi aspetta.
Domani prendo un taxi e lo raggiungo, se riesco.
Etichette:
Bogotà,
cose che mi si impigliano nei pensieri,
fare click,
Guardare con meraviglia,
i-pensiero,
il lavoro più bello del mondo,
itagnolo,
observando,
potrei anche avere ragione,
tradizioni eccetera
giovedì 4 aprile 2013
Promemoria numero 2
Ovvero dell'essere a casa, sempre.
La verità vera è che io per anni non mi sono sentita a casa mai, in nessun luogo, in nessuna casa.
Nemmeno quando ho avuto un posto mio, proprio mio, che ho potuto riempire all'inverosimile con oggetti, colori, gadget tra i più inutili che la storia dei gadget inutili può testimoniare e che in qualche modo gridassero a me stessa e al mondo che io c'ero, ero unica, avevo un posto.
Mi ha impressionato tornare qui, dopo una settimana trascorsa in Italia, a quasi otto mesi dalla mia partenza, scendere dall'aereo dopo il numero di ore devastanti e, fatti salvi i primi minuti di spaesamento e disagio, scoprirmi contenta di essere qui.
Che verrebbe da dire: contenta di essere in Colombia??? Contenta di essere di nuovo tanto lontana da casa, dagli amici, dagli affetti (e, in un certo senso, anche dalla civiltà...)???
Come puó essere che sei contenta???
(Perché poi, il punto, è che ero proprio contenta, non rassegnata, non abituata, non "inserita"....contenta, insomma).
Allora vi dico due cose.
Uno: contenta non significa senza dolore, o senza nostalgia o senza preoccupazioni o senza fatica o senza mancanza o senza.
Insomma, la parola contenta non ha dei senza, dentro.
Due: contenta non significa allegra o spensierata o stupidamente sorridente senza motivi.
Contenta significa: piena, densa, carica di consapevolezza, cosciente del fatto che ovunque nel mondo, in qualsiasi condizione io mio trovi, tutto è per me e non c'è circostanza o situazione, nemmeno quelle che contengono anche il dolore o la fatica o la preoccupazione, che non sia per me promessa di una scoperta di un bene grande e irrinunciabile.
Insomma.
Io sono contenta.
E questo mi fa sentire a casa, sempre.
mercoledì 3 aprile 2013
promemoria uno
Ovvero di quella volta che ho conosciuto di persona la meraviglia e le ho stretto la mano.
Era lunedì scorso.
Ero in Italia. Lo sapevano in pochissimi. cioè, per esempio ai miei alunni italiani non l'avevo detto, che, appunto, volevo fargli una sorpresa.
E infatti.
Io vorrei potervi raccontare le loro facce, i loro occhi e i loro sguardi, quando sono entrata in classe a salutarli, lunedì mattina, inaspettatamente.
Non si possono raccontare, in realtà. E anche avessi avuto una macchina fotografica o una cinepresa non sarebbe stato sufficiente a descrivere le loro reazioni (le più disparate) e il loro silenzio incredulo e (in alcuni casi) grato.
Io so questo, però, e questo ve lo posso raccontare:
che in quel momento mi è stato evidente, e di un'evidenza imbarazzante, che in realtà, tutte le mattine, quando mi alzo, quello che desidero, andando incontro alla giornata, è questo: lo sguardo di qualcuno che mi guardi, si stupisca e si commuova per il solo fatto che io esisto e per questo è grato.
Di questo abbiamo bisogno, non altro: di essere guardati con meraviglia e gratitudine.
E quello che facciamo, anche quando sbagliamo, è sempre, in qualche modo, per il desiderio di uno sguardo così.
sguardo in spagnolo si dice mirada.
è una parola che mi piace tantissimo e che preferisco a quella italiana, perché in spagnolo suona ampia e si porta dentro un respiro infinito, sembra scivolare come gli occhi quando sono davanti al mare.
Io, a una mirada su di me come quella, non voglio più rinunciare.
Era lunedì scorso.
Ero in Italia. Lo sapevano in pochissimi. cioè, per esempio ai miei alunni italiani non l'avevo detto, che, appunto, volevo fargli una sorpresa.
E infatti.
Io vorrei potervi raccontare le loro facce, i loro occhi e i loro sguardi, quando sono entrata in classe a salutarli, lunedì mattina, inaspettatamente.
Non si possono raccontare, in realtà. E anche avessi avuto una macchina fotografica o una cinepresa non sarebbe stato sufficiente a descrivere le loro reazioni (le più disparate) e il loro silenzio incredulo e (in alcuni casi) grato.
Io so questo, però, e questo ve lo posso raccontare:
che in quel momento mi è stato evidente, e di un'evidenza imbarazzante, che in realtà, tutte le mattine, quando mi alzo, quello che desidero, andando incontro alla giornata, è questo: lo sguardo di qualcuno che mi guardi, si stupisca e si commuova per il solo fatto che io esisto e per questo è grato.
Di questo abbiamo bisogno, non altro: di essere guardati con meraviglia e gratitudine.
E quello che facciamo, anche quando sbagliamo, è sempre, in qualche modo, per il desiderio di uno sguardo così.
sguardo in spagnolo si dice mirada.
è una parola che mi piace tantissimo e che preferisco a quella italiana, perché in spagnolo suona ampia e si porta dentro un respiro infinito, sembra scivolare come gli occhi quando sono davanti al mare.
Io, a una mirada su di me come quella, non voglio più rinunciare.
giovedì 14 marzo 2013
Permanenza ottica
Mi hanno spiegato questo fenomeno fisico che si chiama "permanenza ottica", che sostanzialmente è quell'effetto per cui, quando guardi il sole, per un po' di tempo, dopo, continui a vedere il circolo rosso anche quando guardi qualcos'altro.
Su questo fenomeno sono anche costruite una serie di effetti ottici o illusioni, insomma.
La cosa interessante è che questo effetto dice esattamente di come siamo fatti, strutturalmente, non solo fisicamente: quando il tuo occhio si imbatte in qualcosa, di reale, la sua immagine permane nel tempo, anche fisicamente, sulla retina.
Questa cosa, anche dal punto di vista esperienzale, quotidiano, è interessantissima: significa che quello che vediamo, la cosa su cui puntiamo lo sguardo, in qualche modo, rimane anche quando sposti gli occhi su qualcos'altro.
Quando vedi, vivi, ti imbatti in qualcosa, quella è un'esperienza di non ritorno: influirà anche su quello che guardi dopo.
Per questo, ho pensato, è tanto importante la bellezza.
Se uno punta lo sguardo su cose belle, dopo, è impossibile non cominciare a tenerne conto sempre.
Su questo fenomeno sono anche costruite una serie di effetti ottici o illusioni, insomma.
La cosa interessante è che questo effetto dice esattamente di come siamo fatti, strutturalmente, non solo fisicamente: quando il tuo occhio si imbatte in qualcosa, di reale, la sua immagine permane nel tempo, anche fisicamente, sulla retina.
Questa cosa, anche dal punto di vista esperienzale, quotidiano, è interessantissima: significa che quello che vediamo, la cosa su cui puntiamo lo sguardo, in qualche modo, rimane anche quando sposti gli occhi su qualcos'altro.
Quando vedi, vivi, ti imbatti in qualcosa, quella è un'esperienza di non ritorno: influirà anche su quello che guardi dopo.
Per questo, ho pensato, è tanto importante la bellezza.
Se uno punta lo sguardo su cose belle, dopo, è impossibile non cominciare a tenerne conto sempre.
giovedì 7 marzo 2013
Saint Chapelle
In seconda liceo, nelle ore di storia dell'arte, stiamo vedendo il gotico.
qualche giorno fa ho fatto una lezione sulle caratteristiche architettoniche di base (archi rampanti e via dicendo) e ho mostrato un po' di esempi e a un certo punto la mia presentazione prevedeva un breve ma significativo approfondimento sulla Saint Chapelle (Parigi, Francia).
e dunque arrivo lì, insomma, a quel punto della presentazione e, ovviamente, avevo messe alcune immagini, con le vetrate e tutto.
e niente.
è stato impressionante.
non appena ho fatto click ed è comparsa la prima immagine proiettata sul muro, dell'interno, della luce che passa dalle vetrate eccetera, improvvisamente e all'unanimità, un brivido e un unico fiato, stupito, sorpreso e commosso ha attraversato i miei studenti e c'è stato un silenzio incredibile, per alcuni lunghissimi secondi, che io non ho potuto non rimanere zitta anch'io, davanti a tutto quel loro silenzio grandissimo.
non ho potuto non rimanere in silenzio davanti al loro silenzio.
e lasciarmi ripulire il cuore dal loro stupore.
mammamia, che lavoro meraviglioso faccio, io, delle volte.
qualche giorno fa ho fatto una lezione sulle caratteristiche architettoniche di base (archi rampanti e via dicendo) e ho mostrato un po' di esempi e a un certo punto la mia presentazione prevedeva un breve ma significativo approfondimento sulla Saint Chapelle (Parigi, Francia).
e dunque arrivo lì, insomma, a quel punto della presentazione e, ovviamente, avevo messe alcune immagini, con le vetrate e tutto.
e niente.
è stato impressionante.
non appena ho fatto click ed è comparsa la prima immagine proiettata sul muro, dell'interno, della luce che passa dalle vetrate eccetera, improvvisamente e all'unanimità, un brivido e un unico fiato, stupito, sorpreso e commosso ha attraversato i miei studenti e c'è stato un silenzio incredibile, per alcuni lunghissimi secondi, che io non ho potuto non rimanere zitta anch'io, davanti a tutto quel loro silenzio grandissimo.
non ho potuto non rimanere in silenzio davanti al loro silenzio.
e lasciarmi ripulire il cuore dal loro stupore.
mammamia, che lavoro meraviglioso faccio, io, delle volte.
mercoledì 27 febbraio 2013
Dal tramonto all'alba (cit.)
Anche il fatto che l'alba e il tramonto quasi non esistono, mi accorgo, ora, è destabilizzante.
Cioè: apro gli occhi alle cinque e mezza ed è buio pesto.
Il tempo di bere il caffè e lavarmi i denti (cosa a cui presto particolare attenzione, ultimamente) ed è pieno giorno.
Pieno proprio, col sole (se non piove) già alto, insomma.
Ma vabbè, questo sarebbe il meno, che tanto la mattina non è che ho la forza di accorgermi più di tanto delle cose.
È il tramonto, che mi manca.
Quel lento passare dal giorno alla sera alla notte.
Quello scolorire leggero della luce e dei colori, che è dolce e ti accompagna piano verso il riposo.
È questo che mi manca.
Arrivare a casa alle sei, che la luce c'è ancora tutta e dopo meno di mezz'ora ritrovarsi nella notte scura scura...questo, mi accorgo dopo alcuni mesi, mi è faticoso.
Come ricevere un pugno forte sulla testa.
Non è un dramma, no.
Però è un fastidio.
Hai sempre l'impressione che qualcuno ti abbia tolto il tempo da sotto i piedi, trafugandolo invisibilmente.
Rimane sempre un po' l'impressione di un furto.
Cioè: apro gli occhi alle cinque e mezza ed è buio pesto.
Il tempo di bere il caffè e lavarmi i denti (cosa a cui presto particolare attenzione, ultimamente) ed è pieno giorno.
Pieno proprio, col sole (se non piove) già alto, insomma.
Ma vabbè, questo sarebbe il meno, che tanto la mattina non è che ho la forza di accorgermi più di tanto delle cose.
È il tramonto, che mi manca.
Quel lento passare dal giorno alla sera alla notte.
Quello scolorire leggero della luce e dei colori, che è dolce e ti accompagna piano verso il riposo.
È questo che mi manca.
Arrivare a casa alle sei, che la luce c'è ancora tutta e dopo meno di mezz'ora ritrovarsi nella notte scura scura...questo, mi accorgo dopo alcuni mesi, mi è faticoso.
Come ricevere un pugno forte sulla testa.
Non è un dramma, no.
Però è un fastidio.
Hai sempre l'impressione che qualcuno ti abbia tolto il tempo da sotto i piedi, trafugandolo invisibilmente.
Rimane sempre un po' l'impressione di un furto.
Etichette:
Bogotà,
chevvelodicoaffare,
cose che mi si impigliano nei pensieri,
essere me può essere snervante,
i-pensiero,
message in a bottle,
observando,
porca miseria,
potrei anche avere ragione,
son problemi,
vabbè
martedì 26 febbraio 2013
Antifrasi
Ieri sera sono andata dal dentista per l'ennesima volta negli ultimi 10 giorni.
Mi ha pulito il cratere, mi ha messo una spugnetta per tapparlo e mi ha fornito di una simpatica siringa per pulirlo bene dopo che mangio.
Ovviamente io ho avuto la simpatica idea di andare a nuotare e nel giro di due ore la spugnetta l'ho inghiottita senza quasi nemmeno accorgermene e amen.
Mi accontenterò della siringa e speriamo che sia sufficiente per far passare tutto sto casino che va avanti da giorni.
Detto questo.
Stamattina sarebbe proprio facile paragonare lo strazio dentistico che mi sto trascinando da giorni alla situazione politica italiana.
Troppo facile.
Dunque non lo faró.
Davvero.
Promesso.
(Antifrasi).
Mi ha pulito il cratere, mi ha messo una spugnetta per tapparlo e mi ha fornito di una simpatica siringa per pulirlo bene dopo che mangio.
Ovviamente io ho avuto la simpatica idea di andare a nuotare e nel giro di due ore la spugnetta l'ho inghiottita senza quasi nemmeno accorgermene e amen.
Mi accontenterò della siringa e speriamo che sia sufficiente per far passare tutto sto casino che va avanti da giorni.
Detto questo.
Stamattina sarebbe proprio facile paragonare lo strazio dentistico che mi sto trascinando da giorni alla situazione politica italiana.
Troppo facile.
Dunque non lo faró.
Davvero.
Promesso.
(Antifrasi).
Etichette:
chevvelodicoaffare,
cose che mi si impigliano nei pensieri,
essere me può essere snervante,
i-pensiero,
itagnolo,
message in a bottle,
porca miseria,
potrei anche avere ragione,
son problemi,
vabbè
lunedì 25 febbraio 2013
Ad esempio io ero arrivata a sabato sera che non ne potevo più di niente, letteralmente.
Che, tra il dente che mi faceva (mi fa) ancora male e la consegna delle pagelle la mattina (del sabato) (alle sette del mattino, sigh) e la settimana infernale che era trascorsa e insomma, un po' di cose, io alla fine ero arrivata a sabato sera che desideravo solo due cose: che l'analgesico facesse effetto e andare a letto il prima possibile.
Invece avevamo gente a cena, che li aveva invitati Irene, una coppia giovane, con quattro bambine piccole, la più piccola aveva 6 mesi, le due più grandi che sono gemelle fanno la quinta elementare.
Per dire.
Non è che facessi proprio i salti di gioia, ecco.
Che avrei solo voluto starmene serena e tranquilla.
Invece.
Invece poi è successo che loro erano incredibili e sentirli parlare della loro famiglia e vedere come si trattavano tra loro e come stavano con le loro 4 figlie...insomma...mi ha commosso e sorpreso e niente.
Alla fine della serata ero proprio contenta di averli conosciuti e di essere stata del tempo con loro.
Per dire quello che può succedere anche quando non ti aspetti niente.
Per dire come la realtà sia capace di sorprenderti, sempre.
Per dire come le cose consolino anche quando non ce lo aspettiamo.
Per dire.
(Poi, vabbè, se il dente facesse meno male sarei anche più serena, eh, che sto cominciando a stufarmi, sinceramente.)
Che, tra il dente che mi faceva (mi fa) ancora male e la consegna delle pagelle la mattina (del sabato) (alle sette del mattino, sigh) e la settimana infernale che era trascorsa e insomma, un po' di cose, io alla fine ero arrivata a sabato sera che desideravo solo due cose: che l'analgesico facesse effetto e andare a letto il prima possibile.
Invece avevamo gente a cena, che li aveva invitati Irene, una coppia giovane, con quattro bambine piccole, la più piccola aveva 6 mesi, le due più grandi che sono gemelle fanno la quinta elementare.
Per dire.
Non è che facessi proprio i salti di gioia, ecco.
Che avrei solo voluto starmene serena e tranquilla.
Invece.
Invece poi è successo che loro erano incredibili e sentirli parlare della loro famiglia e vedere come si trattavano tra loro e come stavano con le loro 4 figlie...insomma...mi ha commosso e sorpreso e niente.
Alla fine della serata ero proprio contenta di averli conosciuti e di essere stata del tempo con loro.
Per dire quello che può succedere anche quando non ti aspetti niente.
Per dire come la realtà sia capace di sorprenderti, sempre.
Per dire come le cose consolino anche quando non ce lo aspettiamo.
Per dire.
(Poi, vabbè, se il dente facesse meno male sarei anche più serena, eh, che sto cominciando a stufarmi, sinceramente.)
lunedì 11 febbraio 2013
quello che volevo dire
Dunque.
Mi arrivano immagini e notizie di nevicate epocali in Italia.
Scuole chiuse, intere città sepolte dal bianco soffice e silenzioso.
Ovviamente avete tutta la mia invidia e la mia nostalgia.
Qui è ormai ufficialmente piena stagione delle piogge e sabato pomeriggio, quando sono andata a fare la radiografia ai denti, per un attimo ho pensato di essermi teletrasportata inconsapevolmente a Bombay: il cielo rovesciava acqua come se non ci fosse un domani e le strade erano allagate in un modo che in Italia noi grideremmo all'alluvione, mentre qui è perfettamente normale: la gente (me tapina compresa), passeggiava con l'acqua ai polpacci come se niente fosse.
vabbè.
detto questo.
Qui, ahimè, non nevica e non nevicherà mai.
Ma piovono, oltre che quantità industriali di acqua piovana, anche tante notizie.
Oggi in particolare me ne sono arrivate molte, alcune tristi e dolorose (la morte di persone care a persone a te care), altre shoccanti (il coraggio del Papa nel prendere una decisione così ardita e radicale), altre decisamente liete (l'alunno molto malato, di una amica in Italia, che sembra stare meglio...).
Insomma, volevo dire questo: che le cose accadono.
sempre.
A decine, centinaia, migliaia, tutti i giorni.
Io vorrei non perdermene nemmeno una mai.
Invece spesso mi ritrovo distratta o sonnacchiosa.
Ma quando mi accorgo e mi sorprendo e mi lascio provocare e ferire e colpire, dalle cose che accadono, la vita comincia ad avere un sapore nuovo e sconosciuto e buonissimo.
Come sentirsi una cosa grande grande e infinita come il mare, o il cielo, che ti si rovescia nel cuore, se mi passate la metafora un po' smielosa...
Mi arrivano immagini e notizie di nevicate epocali in Italia.
Scuole chiuse, intere città sepolte dal bianco soffice e silenzioso.
Ovviamente avete tutta la mia invidia e la mia nostalgia.
Qui è ormai ufficialmente piena stagione delle piogge e sabato pomeriggio, quando sono andata a fare la radiografia ai denti, per un attimo ho pensato di essermi teletrasportata inconsapevolmente a Bombay: il cielo rovesciava acqua come se non ci fosse un domani e le strade erano allagate in un modo che in Italia noi grideremmo all'alluvione, mentre qui è perfettamente normale: la gente (me tapina compresa), passeggiava con l'acqua ai polpacci come se niente fosse.
vabbè.
detto questo.
Qui, ahimè, non nevica e non nevicherà mai.
Ma piovono, oltre che quantità industriali di acqua piovana, anche tante notizie.
Oggi in particolare me ne sono arrivate molte, alcune tristi e dolorose (la morte di persone care a persone a te care), altre shoccanti (il coraggio del Papa nel prendere una decisione così ardita e radicale), altre decisamente liete (l'alunno molto malato, di una amica in Italia, che sembra stare meglio...).
Insomma, volevo dire questo: che le cose accadono.
sempre.
A decine, centinaia, migliaia, tutti i giorni.
Io vorrei non perdermene nemmeno una mai.
Invece spesso mi ritrovo distratta o sonnacchiosa.
Ma quando mi accorgo e mi sorprendo e mi lascio provocare e ferire e colpire, dalle cose che accadono, la vita comincia ad avere un sapore nuovo e sconosciuto e buonissimo.
Come sentirsi una cosa grande grande e infinita come il mare, o il cielo, che ti si rovescia nel cuore, se mi passate la metafora un po' smielosa...
Etichette:
cose che mi si impigliano nei pensieri,
i-pensiero,
message in a bottle,
non si finisce mai di imparare,
observando,
porca miseria,
potrei anche avere ragione,
rendetevi conto,
vabbé
mercoledì 6 febbraio 2013
Al mattino
Spesso la mattina, mentre andiamo a scuola e sono sulla ruta (il pulmino che ci porta a scuola, n.d.a.) e guardo fuori dal finestrino e sono le sei e un quarto del mattino e penso alla giornata che sta iniziando, le cose che mi aspettano, le cose da fare, le decisioni da prendere, e guardo il traffico, la gente in giro per Bogotà, pressata sul transmillennio, stipata nelle bussete o ferma al semaforo ad aspettare...spesso, quando inizio la giornata, ho la netta percezione della lotta che mi aspetta, della battaglia che mi è chiesto di affrontare tutti i giorni, del fatto che la vita è una lotta, una battaglia.
E di quanto facilmente ci illudiamo che il problema sia stare tranquilli, non avere problemi, che non ci sia niente a disturbare un presunto equilibrio raggiunto.
A volte sono stanca e cedo a questa tentazione, a questa falsità.
Poi per fortuna mi rendo conto.
Accadono cose o incontro persone che mi ributtano in prima linea.
Tornare a combattere è sempre faticoso, certo.
Ma entusiasmante.
Probabilmente lo conoscerete già, ma questo brano che vi metto qui sotto a me aiuta sempre proprio tanto:
E di quanto facilmente ci illudiamo che il problema sia stare tranquilli, non avere problemi, che non ci sia niente a disturbare un presunto equilibrio raggiunto.
A volte sono stanca e cedo a questa tentazione, a questa falsità.
Poi per fortuna mi rendo conto.
Accadono cose o incontro persone che mi ributtano in prima linea.
Tornare a combattere è sempre faticoso, certo.
Ma entusiasmante.
Probabilmente lo conoscerete già, ma questo brano che vi metto qui sotto a me aiuta sempre proprio tanto:
Solo i codardi chiedono al mattino della battaglia il calcolo delle probabilità; i forti e i costanti non sogliono chiedere quanto fortemente né quanto a lungo, ma come e dove abbiano a combattere. Non hanno bisogno se non di sapere per quale via e per quale scopo, e sperano dopo, e si adoperano, e combattono, e soffrono così, fino alla fine della giornata, lasciando a Dio gli adempimenti."
(Cesare Balbo)
martedì 22 gennaio 2013
Certe volte proprio, penso, mi piacerebbe un sacco avere una macchina fotografica dentro al cervello che poi basterebbe pensare: click! e quello che guardi rimane immortalato in una foto.
Dopo non lo so come si fa a stampare o a mostrare la foto, tipo che ci sarebbe bisogno di una specie di dispositivo wireless che dal cervello comunica alla stampante o alla memoria del computer o così.
Dopo non lo so come si fa a stampare o a mostrare la foto, tipo che ci sarebbe bisogno di una specie di dispositivo wireless che dal cervello comunica alla stampante o alla memoria del computer o così.
É che ci sono così tante cose, delle volte, che vorrei fotografare, ma poi non faccio in tempo o non posso e insomma, è un peccato davvero, questa cosa.
Tu immagina quanta bellezza si potrebbe conservare.
Per sempre.
Per sempre.
Iscriviti a:
Post (Atom)


